Archive for ottobre 2009

Che città del caco!

ottobre 30, 2009

Gigi, visto che abbiamo aperto un canale per comunicare ti volevo lanciare un appello:

Tranquillo, niente a che vedere con il Virgolo, non voglio provocarti sudori ed orticaria con quella pegola che ti porta notti insonni ed incubi ricorrenti, questa volta si tratta (ancora) dello stato deplorevole in cui versano le ciclabili di questa città, città dell’arco alpino 2009 – infatti le ciclabili ricordano parecchio gli sterrati percorsi dalle campagnole della forestale.

No, non parlo a vanvera, ho tanto di prove inconfutabili e scientificamente supportate da test validi nonché testi credibilissimi.

La prova del caco.

Ti anticipo subito che Bolzano ha fallito miseramente nella prova. Bocciati, per dirla in parole a noi care: segati – e su tutta la linea!

Approfondisco lo svolgimento del test:

Data, luogo ed ora: Bolzano/Bozen, venerdì 23 ottobre 2009 ore 09.00 circa

Oggetto della prova: un caco di media maturazione, non troppo mollo ma nemmeno di “quei che lega”

caco

A real "caco tyrolensis" before the test

Testimone: tale O.F. che per proteggere da tentativi di corruzione nonché di inquinamento delle prove godrà del più stretto anonimato

 

Per farla corta ho comperato il caco, l’ho dolcemente posato nel suo bel contenitore ergonomico, poi ho adagiato il tutto nel cestino della bicicletta. Da piazza Municipio al florido quartiere di Aslago ho percorso quasi esclusivamente le ciclabili cittadine, fiore all’occhiello della nostra città.

 

Ebbene, ecco il risultato dopo nemmeno 2 km di percorso:

caco

 

Aggiungo che non ho fatto gimkane ne salti mortali e nemmeno guadato l’Isarco. Solo ciclabile, con i suoi buchi, salti, scalini, tombini, attraversamenti stradali con dislivello di almeno  4-5 cm.

 

Gigi! Mangrovie, il caco nonché tutti i sofferenti di emorroidi e dolori reumatici ringraziano!

E non dimentichiamo che c’è chi giornalmente, per raccogliere tale prelibatezza, mette a repentaglio la propria vita!!

Annunci

Ci mancavano pure gli UFO!!

ottobre 22, 2009

ufo-trindade-brazil-1958

“Extraterrestre portami via
voglio una stella che sia tutta mia
extraterrestre vienimi a pigliare
voglio un pianeta su cui ricominciare!”

(Eugenio Finardi – 1978)

E’di questi giorni la notizia di un ulteriore avvistamento di UFO nella zona di Bolzano, più precisamente sopra l’aeroporto di Bolzano/Bozen.

Accidenti, questa non ci voleva!

Come se gli oggetti volanti non identificati ne giustificati che giornalmente sorvolano e planano sopra le nostre teste (vedi voli non comprensibili ne usufruibili ne in qualità di destinazioni che in qualità di tariffe per la maggior parte della popolazione), voli che fanno comodo solo a politici e imprenditori non certo a noi comuni viaggiatori che se proprio proprio dobbiamo prendere un aereo di solito scegliamo destinazioni che non siano proprio Roma o Vienna.

Dicevo, come se questi non bastassero, ora ci si mettono pure gli UFO. Un periodo miglior non potevano sceglierlo, eh? Proprio adesso che è in ballo il Referendum provinciale che ci da finalmente voce in capitolo per poter dire: “No, noi non vogliamo più finanziare questo aeroporto illogico, inquinante e costoso con i nostri soldi!”

Referendum già ostacolato dal partito di maggioranza sudtirolese il quale prima ha affermato “no, non andate a votare” per poi ritrattare con un più democratico “andate pure a votare, se poi però avremo metà flotta aerea della Nato che farà scalo qui non lamentatevi con noi!”, ostacolato dai maggiori imprenditori della patria e non per ultimo dal nostro orgoglio locale, il re degli 8000 nonché dell’acqua minerale in bottiglia di plastica: Reinhold Messner. Il quale ha improvvisamente messo in luce il suo spirito di protezione verso il gruppo linguistico italiano il quale – andando a votare – metterebbe a rischio la proprio esistenza. Detto da uno che ancor oggi sostiene di aver visto lo Yeti…

Insomma, sia i promotori che noi sostenitori abbiamo fatto fatica a promuovere l’informazione intorno al referendum, come se non bastassero i bastoni messi tra le ruote ora scendono in  campo pure gli extraterrestri.

Eh si, perché ora le regole cambiano. Non possiamo più dire che noi non abbiamo bisogno di un aeroporto.

Insomma, siamo o non siamo una terra ospitale (cartelli segnaletici monolingui a parte – se riesce ad orientarsi senza cadere in un crepaccio il turista qui da noi vale oro!)?

E allora, vuoi che non diamo agli UFO la remota possibilità di un confortevole atterraggio con saluto ufficiale con regolare banda in abito tradizionale e consegna di cesto con prodotti con il marchio SÜDTIROL?

Cari UFO, un consiglio: se proprio proprio volete mettervi in contatto con l’umanità scegliete almeno una regione limitrofe, che ne so io, il Trentino oppure l’Austria, anzi, meglio ancora la Svizzera! Perché qui da noi sarete anche benvenuti (se riuscirete a dimostrare di essere perfettamente bilingui, si intende!) – non aspettatevi però il permesso di soggiorno, tutt’al più un visto turistico – ma già contiamo poco noi che qui ci viviamo da anni, decenni, generazioni, figuriamoci voi che venite da fuori, magari parlando di democrazia e partecipazione, magari non portando nemmeno valuta estera appetibile e sicuramente rifiutando di proseguire il vostro viaggio su un comodo e semideserto volo per Roma in Business class!

Impronte che lasciano il segno.

ottobre 14, 2009

images

Il nostro passaggio sulla terra lascia diversi tipi di impronte.

Ultimamente si sente parlare molto di quella “ecologica”: Ognuno di noi ha un determinato “peso” sulla Terra. Questo peso viene anche detto impronta ecologica. L’impronta ecologica è un metodo di misurazione che indica quanto territorio biologicamente produttivo viene utilizzato da un individuo, una famiglia, una città, una regione, un paese o dall’intera umanità per produrre le risorse che consuma e per assorbire i rifiuti che genera.

Ma ci sono molti altri tipi di impronte che lasciamo nel corso della nostra vita: da quelle più romantiche impresse sul bagnasciuga e subito spazzate via da un onda a quelle indelebili che lasciamo nel cuore o nella mente di chi incontriamo e amiamo nel corso della vita.

Vi voglio però raccontare di un altro tipo di impronta, quella che ti frega, ti consegna al nemico, ti mette alla gogna e ti fa fare una magra figura.

Qualche giorno fa, complice la pioggia, un passaggio in auto e le mani di tre bambine che decoravano i finestrini appannati con disegni e scritte,  mi è tornata in mente una storia capitata ad una vecchia amica che qui non voglio nominare per intero – chiamiamola V. e basta – parecchi anni fa.

V. era una donzella gaia e frivola, nel fiore degli anni la quale dopo varie vicissitudini sentimentali conosceva un bravo ragazzo e decideva di terminare il suo vagabondare sentimentale, di concedersi una meritata pausa in quel tour d’amour che aveva caratterizzato i suoi ultimi anni. Per un periodo andò tutto bene, come in tutte le storie a lieto fine che si rispettino, anche l’amica V. visse periodi di folle amore e romanticismo allo stato puro. Ma l’indole era quel che era e dopo un po’ di tempo una strana irrequietezza si fece viva nell’animo di V., lei cercava di combatterla con tutte le sue forze, di resistere alla tentazione, di non cedere, ma alla fine il suo vero ego ebbe la meglio su di lei e la carne si rivelò per quel che era: debole, anzi debolissima.

Fin li tutto bene, il peccato era stato compiuto, il pas-faux era capitato, ma come si dice dalle mie parti: “Wos i net woas,  mocht mi net hoas” ovvero “occhio non vede…”.

Eeeeeeh, brava V., credevi tu che niente e nessuno poteva tradire il tuo segreto, che questo sarebbe per sempre stato al sicuro nei meandri della tua silente e complice coscienza?

Invece no, perché come vi dicevo ogni nostra azione lascia una traccia, a volte anche due.

Fu infatti poco tempo dopo che V. ed il suo ancora-fidanzato viaggiavano in macchina. L’auto in questione era una piccola utilitaria d’altri tempi, di quelle bombate e con il tetto in tela, non vi svelo la marca per non farvi scervellare su chi potrebbe essere la nostra sfortunata protagonista. Comunque la caratteristica di tali macchine era che appena pioveva si trasformavano in serre viaggianti, all’interno dell’abitacolo si formava un microclima da foresta amazzonica, a volte spuntava pure qualche muschio e lichene.

V. guidava, il povero ancora-ignaro-ma-già-cornuto-ragazzo fissava un punto imprecisato davanti a se. I finestrini iniziarono ad appannarsi irrimediabilmente, V. fissava la strada attraverso un minuscolo oblò che cercava di tenere pulito con la manica della giacca. Ad un certo punto, allarmata dal silenzio e dalla rigida immobilità del suo compagno di viaggio e da quella sensazione di allarme che non sai spiegarti ma che ti fa subconsciamente capire che il dramma è li dietro l’angolo, guardò verso di lui e sempre per uno di quei strani motivi ne seguì il suo sguardo.

Rabbrividì.

Sul parabrezza si erano formate delle impronte. Vivide, indistinguibili. Due piedi. Uno di qua, uno di la. In una posizione inequivocabile.

Più una mano sul finestrino laterale.

Non bisognava essere Sherlock Holmes per capire che li dentro qualcuno se l’era spassata alla grande.

Il problema era che quel qualcuno non era il li-presente, il quale aveva un’alcova tutta sua e non aveva perciò mai provato l’ebbrezza di folleggiare in uno spazio grande come una conigliera.

Lo sguardo dell’adultera viaggiò dal parabrezza agli occhi di colui che aveva capito tutto. Che cosa poteva dire per alleggerire la proprio posizione? Che aveva dato un passaggio ad un’autostoppista che tra grandi sofferenze aveva partorito a bordo della sua piccola macchina?

Con quel pizzico di dignità che le era rimasto, con uno sguardo colpevole e pronta ad accettare le conseguenze che l’attimo di debolezza avrebbe portato con se, cercò la sua comprensione. Ma lui ormai era già fuori dall’auto, lontano da eventuali spiegazioni, scuse, lacrime e soprattutto lontano e basta.

Ecco a cosa pensavo quel pomeriggio uggioso di qualche giorno fa.

Ricordi vividi, neanche fossi stata li anch’io…

P.s. Se lo sfortunato protagonista di questa storia dovesse per caso leggere queste righe potrebbe mica ridare a V. l’attrezzatura da sci rimasta nel suo garage e mai più ritirata?

Che scimmia!

ottobre 5, 2009

non vedo non sento non parlo

No, non ero alle Cayman a recuperare i miei capitali. Solo un periodo di riposo, ovvero non avevo un cavolo da raccontare. Ma l’innominabile – grazie al suo scudo fiscale – mi ha dato lo scossone di cui avevo bisogno per rimettermi a battere le dita sulla tastatura (dedicated to L.).

A proposito…

Happy Birthday, Mangrovie!

Si, ha ragione kili, l’ultimo post a posteriori mi ha lasciato un velo di tristezza postumo e petulante. Insomma, rileggerlo dopo l’iniziale entusiasmo per la riuscita della torta à la Gsa-Gsa-Gabor è stato un colpo, ho dovuto rivedere alcuni concetti intrinseco-comportamentali moralmente discutibili oppure no, non si capisce bene. Fatto sta che devo dare un’impronta a questo blog: iniziato con temi ambientalistico-polemici, passato per terreni minati erotico-onirici, finito come un petulante blog casalingo-casereccio è un pot-pourri confusionario e disordinato, lo specchio di colei che lo tiene. Trovato il problema bisogna risolverlo…ci penserò un’altra volta però!

Qualche giorno fa – ovviamente da un superiore ed ovviamente davanti ai colleghi di lavoro – mi è stata posta la seguente domanda:

“Mmmmh (con la bocca piena di torta), e vediamo: cosa è che desideri per il compleanno?”

Solita risposta scarsamente-sincera ma finto-modesta:”Mah, vi dirò, ho già tutto (bugia!)”

“Si, ma ci sarà qualcosa che desideri intensamente, che hai sempre desiderato e mai ottenuto?”

“Bè, in effetti…qualcosa ci sarebbe…”

“?”

“Le scimmie di mare!”

Non vi racconto gli sguardi tra l’allibito, l’incredulo ed il divertito. I più giovani hanno pensato che ormai ero andata completamente, i più “maturi” si sono divisi tra quelli che come me hanno sognato le scimmiotte marine e quelli che non ne avevano mai sentito parlare.

Per me, cresciuta leggendo l’Intrepido ed il Monello che mio padre teneva misteriosamente in bagno e che mia madre tollerava ancor più misteriosamente disobbedendo stranamente al suo senso scrupoloso dell’ordine, il massimo della vita non era rappresentato dai pubblicizzati prodigi ultra-tecnologici ma dalle scimmie di mare. Chi se le ricorda?

L’ultima pagine dei giornalini sopra citati era spesso rappresentata da questa pubblicità:

Scimmie di mare

Già l’immagine riusciva ad incantare, figurarsi il testo che recitava:

“Sempre attivissimi ed allegri, questi animaletti scherzano e giocano tra di loro. Si possono perfino ammaestrare” Se ci si metteva d’impegno si poteva far loro “eseguire esercizi come le foche ammaestrate”!

“Perfino un bambino di 6 anni” poteva crescerle senza grossi problemi! Figurarsi io che ormai di anni ne avevo il doppio e più ed ancora spasimavo per quelle insolite creature poliedriche.

Purtroppo non possedevo le 4.900 lire per impossessarmi di tale miracolo della natura e per anni ho sospirato al pensiero di diventare una  famosa istruttrice di scimmie di mare. Quando Aaron, il mio compagno di giochi di allora ricevette in regalo 5000 lire, io cercai di fuorviarlo per convincerlo ad ordinare via posta l’oggetto del mio desiderio. Lui, ancora piccolo ma già maschio optò invece per gli “occhiali a  raggi x” che gli avrebbero permesso di guardare attraverso i vestiti delle persone. Non vi nascondo la soddisfazione (mista a delusione, lo ammetto: già allora l’anatomia umana mi interessava assai e l’idea di vedere scheletri invece di persone mi elettrizzava non poco!) quando gli occhiali si sono rivelati per quello che erano: una truffa per fessi! Ovviamente le mie scimmiotte di mare non lo sarebbero state…

Sono rimasta di quest’idea fino a qualche anno fa,  quando  – grazie a Google – ho scoperto che in fondo di nient’altro si tratta se non di banali crostacei (Artemie Saline) che di certo non sono in grado di compiere spettacolari acrobazie o costruirsi castelli con tanto di torrette e bandiere.

Tutt’al più potevano andare bene come guarnizione di un succulento piatto di pasta allo scoglio.

Ma allora ero più ingenua, non dico meno fessa ma solo più ingenua.