Archive for febbraio 2010

A volte ritornano

febbraio 25, 2010

“Poi sei tornata dalla Grecia io fingevo che non mi importava niente, ti chiedevo le notizie più banali, tipo: “Chissà quanta gente avrai incontrato, che bordello di turisti”, tu negavi ed affermavi: “No no no no no no no no no no no no no no no no no no no, eravamo solamente io e Giovanna sopra un’isola deserta tipo c’hai presente due chilometri di spiaggia vuota, dormivamo in un capanno in riva al mare e alla sera i pescatori ci portavano del pesce, facevamo le grigliate sulla spiaggia e cantavamo a squarciagola le canzoni di Battisti fino all’alba, tanto l’isola è deserta”, tu dicevi e io pensavo: “Ma che cazzo, tutti quelli che ritornan dalla Grecia sono stati sopra un’isola deserta tipo c’hai presente due chilometri di spiaggia vuota, ma contando tutti quelli che mi dicono ‘sta cosa io mi chiedo quante cazzo di isolacce deve averci questa merda di una Grecia, poi ‘sti pescatori greci non potrebbero pescare in altomare e impiccarsi con le reti senza andare a importunare le ragazze come te che normalmente sono brave ma travolte dagli eventi non disdegnano di fare la puttana?”.

Claudio Bisio – Rapput (1991)

Ieri ho avuto la conferma che ogni tuo passo, ogni tua parola, ogni tua azione lascia un segno del tuo passaggio. Un segno, magari pure una conseguenza. Che non si cancella ma resta li. Magari per anni, magari per sempre. En attendant.

Fino a ieri.

Ieri mi sono scontrata con una di queste “conseguenze”. Al lavoro. Totalmente impreparata.

Stavo parlano con un’utente e mentre parlavo mi sentivo qualcosa addosso. Avete presente quando siete immersi in un’azione e contemporaneamente sentite una sensazione strana, nel vostro profondo, ma non riuscite a darle un nome finché non vi accorgete che qualcuno vi sta osservando intensamente e solo allora capite che ciò che sentivate era proprio la sensazione di venire osservati?

Mi giro e vedo lui.

Un bel tipo.

Una faccia nota.

Un ex.

Non un ex qualsiasi.

Probabilmente l’ex più cornuto.

Più cornuto e nel più breve tempo possibile.

Con una di quelle facce toste che non sapevo di avere l’ho salutato con una certa nonchalance che avreste dovuto vedere – cercando al contempo di non far trapelare le emozioni che mi ribollivano dentro, scatenate dalla visione mentale di immagini di quella calda e lontana estate che mi stavano passando davanti come un film.

Grecia 1994. Due ragazze giovani e curiose, sole, mare, spiaggia, Ouzo, un bel greco di cui non ricordo il nome, un etereo nonché statuario esemplare di maschio nordico e successivamente un godereccio pugliese di cui ricordo molti più particolari, notti folli e giornate pigre.

Il problema era che a casa entrambe avevamo qualcuno che ci aspettava. Non che ciò rappresentasse un problema in quel mentre. Il problema si è presentato al momento del ritorno, quando ho dovuto spiegare il sospettoso pallore nonostante due settimane di spiaggia. E le occhiaie. E il succhiotto che il caliente (nonché bastardo!) pugliese mi aveva lasciato come ricordo dell’ultima notte di passione. Davanti all’evidenza la Mangrovie ha deciso di essere sincera:

Ehm, devo confessarti una cosa…

Si, anche tu mi sei mancata molto!

No, non hai capito…

Non mi hai pensato?

Bè, non proprio, cioè, ti ho pensato molto…dopo…

Dopo cosa?

Dopo averti tradito…

Ah!

Qui la Mangrovie si aspettava un sonoro richiamo alla canzone di cui sopra.

Invece lui mi avrebbe perdonato.

Ma io non potevo più guardarlo negli occhi perché non solo ero stata fedifraga ma pure bugiarda. E poi avevo esplorato terreni che con lui non avevo mai neppure immaginato esistessero.

Insomma, visto che lui non lo fece lo mollai io. E non lo rividi più. Fino a ieri, appunto, quando

me lo ritrovo davanti e lui mi presenta la moglie con la quale avrò a che fare  per motivi professionali.

Moglie tra l’altro mora, piccola, esile, occhialuta.

L’esatto opposto di me!

Strano…

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Un fidanzato “da comodino”

febbraio 22, 2010

Durante l’ultima cena con le amiche del Teroldego come al solito si è sfiorata l’eterea ed eterna area filosofica. Nietzsche, Schopenhauer, Kierkegaard – forse nemmeno il libreale Couto avrebbero potuto in breve tempo, a così tarda ora e con un così alto tasso alcolico in corpo coniare delle verità così assolutamente ed al contempo così poco dimostrabili come quelle scaturite intorno al tavolo del “Muflone Rosa” di Bolzano.

In poche parole, per farla breve, per accorciare l’agonia – specialmente quella del sesso maschile che tra breve verrà punto sul vivo – si è disquisito parecchio per arrivare alla conclusione che si, il fidanzato perfetto è solo uno: quello da comodino.

Trattasi non di specie di maschio votato all’inerzia  e gaudente di tutte le comodità domestiche possibili ma di oggetto longitudinale le cui misure ed i colori possono variare in base alle preferenze, a pile oppure statico, singolo, bicornuto, con vari optional…insomma stiamo parlando del vibratore.

Aha!

La Mangrovie ha trovato un ulteriore tema scabroso che magari scalda le mutande ma non ha nessun altro effetto benefico?

Tutt’altro, la Mangrovie oggi vuole spiegarvi i possibili effetti nocivi sulla salute della donna (o dell’uomo, dipende!) e darvi qualche consiglio per un futuro acquisto.

Perché i gaudenti gingilli spesso sono composti da sostanze altamente tossiche le quali – attraverso le mucose – vengono rapidamente assorbite dall’organismo.

Leggendo qua e la si scopre che i modelli trasparenti, disponibili in molteplici colori, vengono fabbricati con un materiale nominato “Jelly” che contiene un cocktail di Ftalati che oltre ad essere altamente cancerogeni producono effetti analoghi a quelli degli ormoni estrogeni, quelli femminili, causando una femminilizzazione nei soggetti a contatto con tale sostanza. Il che non significa che usandolo si ha un piacevole effetto secondario sulla misura del seno ma che i residui di fabbricazione che spesso contaminano le falde acquifere possono causare un disturbo nello sviluppo dei genitali e dei testicoli dei maschietti.

I modelli “natural”, quelli del tutto simili al modello in natura, di color carne, sono composti in poliuretano, una sostanza molto inquinante che provoca reazioni allergiche nonché irritanti e le cui conseguenze sull’organismo sono tuttora dubbie.

Quelli in silicone sono quelli meno problematici – almeno dal punto di vista salutare, in quanto sono fatti dello stesso materiale usato per le protesi al seno. Purtroppo non sono biodegradabili…ma forse finire in discarica non è comunque il loro destino.

Vi sono dei modelli in lattice naturale che però costano una cifra e dopo un periodo di rodaggio soddisfacente possono scatenare reazioni allergiche che compromettono un futuro uso di preservativi che sono – appunto – di lattice!

Insomma, per un divertimento senza effetti nocivi e senza pensieri nefasti rimangono solo i modelli in vetro, legno, acciaio o granito. Magari inizialmente sono un po’ “freddini” ma hanno il vantaggio che – appropriatamente illuminati – possono essere posizionati sulla mensola del soggiorno anziché nascosti nel comodino sotto strati di libri, fazzoletti, mutande.

Macchè bidone!

febbraio 7, 2010

L’uomo dei sogni di Mangrovie poteva materializzarsi sgommando a bordo di un rombante ed inquinante Suv? Naaaaa!

Presentarsi sotto casa con un mazzo di rose coltivate in lande povere sottraendo preziosa acqua alla popolazione locale?

Figurarsi!

Con un diamante la cui vendita finanzia l’acquisto di armi in paesi quali la Sierra Leone?

Impossibile!

L’uomo dei sogni di Mangrovie sbuca da un bidone.

Nel mio immaginario onirico lo vedo già: con una buccia di banana in testa ed un nugolo di mosche e moscerini che lo circondano come un aurea angelica mi porge il risultato delle sue ricerche: rifiuti, anzi cibo!

Lui è Tristram Stuart, il paladino del cibo buttato, colui che per dimostrare il modo malato in cui il mondo occidentale produce troppo cibo e ne getta via ancor di più non esita a tuffarsi in bidoni della spazzatura per riemergerne con prove alla mano: vasetti di yogurt ancora sigillati, pane fresco, scatole, scatolette, barattoli di tutti i tipi buttati via perché vicini alla data di scadenza ma ancora perfettamente commestibili.

Nel suo libro “Waste” (in Italiano “Sprechi”) Tristram – fatti alla mano – ci spiega i perversi meccanismi che fanno si che il pane e i prodotti da forno buttati ogni anno nella sola Gran Bretagna salverebbero dalla fame 26 milioni di persone. E che invece finiscono in discarica. A quanto pare, generalmente il 30 % del cibo acquistato finisce nella spazzatura.

La causa di questo spreco sta sostanzialmente nel fatto che il genere umano è geneticamente portato a pensare che avere troppo è meglio che non avere abbastanza – questo perché anticamente le tribù con cibo in eccesso diventavano più forti delle altre. Ovviamente questa nostra peculiarità è stata subito riconosciuta e sfruttata dalle industrie alimentari che ci offrono non solo 3 x 2 ma anche 1 + 1, 5 x 3, maxi confezioni, confezioni famiglia, prodotti gratuiti ecc. Per i produttori è più redditizio acquistare prodotti in eccesso per poi buttarli piuttosto che rischiare di trovarsi con poche scorte e perdere così introiti. Tanto che negli ultimi venti anni ci siamo disabituati a vedere scaffali semivuoti nei supermercati: se ci fate caso sono sempre riempiti fino all’inverosimile, per darci questa immagine di abbondanza e ricchezza.

Peccato che tanta abbondanza prima o poi scada e che a fine giornata regolarmente grosse quantità di cibo vengano gettate nei grandi bidoni della spazzatura posizionati davanti ad ogni supermercato.

Ed è qui che entra in azione il bel Tristram (ops, non vi avevo detto che era pure bello?) il quale con gesto atletico salta nel bidone e ne estrae ciò che è ancora commestibile.

Così facendo, nel dicembre 2009, insieme ad amici, sostenitori ed altre associazioni benefiche, ha organizzato una cena gratuita per 5000 persone nella centralissima Trafalgar Square a Londra. Tutta a base di prodotti ripescati dai bidoni.

Averlo saputo! Cercava volontari e – fedele al suo spirito altruista – io mi sarei volentieri prestata a ruzzolare con lui nei bidoni.

Anzi, magari mi facevo trovare nel bidone, coperta solo di bucce di banana, con un cartello intorno al collo:

“Tristram, prendimi con te! Non sono ancora da buttare via!”

Tristram Stuart

Parla come mangi

febbraio 1, 2010

… Nun è pe’ fà er fanatico romano;
però de fronte a ‘sto campà d’inedia,
mejo morì co’ la forchetta in mano!

(da “La dieta” di A. Fabrizi)

Ciò che all’Accademia della Crusca – l’istituto nazionale per la salvaguardia e lo studio della lingua italiana – in oltre 500 anni di attività non è riuscito – e cioè insegnarci a parlare e scrivere l’italiano in modo corretto – i media sono stati capaci di fare in pochi anni: cambiare il nostro modo di esprimerci, non dico in meglio ma sicuramente in modo molto diverso da come ci era stato insegnato da genitori, insegnanti, amici ed altre autorevoli fonti.

Confesso, faccio pubblica ammenda: come mi viene spesso fatto notare io stessa non sono altro che fonte inesauribile di errori di grammatica, sintassi, ortografia e mettiamoci pure di punteggiature, spesso sparse a vanvera. Ma ho (come sempre) la scusa pronta: nata e cresciuta in famiglia bilingue, frequentatrice di asilo italiano prima e scuola tedesca poi, frequentatrice di persone italiane, tedesche, ladine e cittadini del mondo in generale, più che dall’Accademia della Crusca sembro uscita da quella della biada.

Però tra tanti idiomi e tanta confusione una cosa mi è chiara: vogliamo tornare a chiamare le cose per nome?!

Già appena svegli, la mattina, è tutto un “pot-pourri” di lingue. Per colazione cosa c’è di meglio del pane fresco con la marmellata? Vado in un panificio ed ordino una ciabatta oppure uno di quei bastoni di pane lunghi.

Quale vuole? La baguette?

Uff.

Marmellata? Quale? “Jam” oppure la “confiture”?

Damme la Nutella, va!

Per andare a lavorare vorrei affidare i figli alla bambinaia, invece mi ritrovo la baby sitter.

Finito il lavoro non mi trovo più per l’aperitivo – si fa l’happy hour, anche se a fine giornata più che “happy” ti senti stravolta.

E ti va bene che non sei invitata ad un “brunch”, altrimenti ti toccava acconciarti in modo “trendy “ ed essere “up to date”.

Ultimamente poi, leggendo i giornali, è tutto un girare intorno alle parole. Prendiamo per esempio il cosiddetto “mestiere più antico del mondo”. No! Guai a dire prostituta oppure puttana! Sacrilegio! Ormai si dice “escort”, dal verbo inglese “to escort” che sta per “accompagnare”. Perché le signorine ormai non solo te la danno ma te l’accompagnano ad un conto salatissimo. E colui che va a cercare qualcuna alla quale accompagnarsi (oppure come si diceva fino a poco tempo fa, il puttaniere) ora si chiama “utilizzatore finale”. Stesso status dell’acquirente dei bastoncini Findus.

Mah.

O forse siamo coerenti e non ce ne siamo ancora accorti, nel senso che in effetti parliamo come mangiamo: in modo disordinato e confuso,  influenzati da altre culture, quasi globalizzati, ma grammaticalmente anoressici e linguisticamente bulimici – al passo coi tempi, insomma.

Sarà, ma sia a tavola che per strada mi mancano un po’ i tempi in cui capivi cosa mettevi in bocca.