Archive for giugno 2010

Semaforo arancione

giugno 25, 2010

Oggi al semaforo sono stata adescata da Giorgio.

Giorgio ha circa ed al massimo 25 anni, alto, snello e con un bellissimo sorriso.

Giorgio porta i capelli cortissimi ed ha due occhi scuri che spiccano tra la goccia dorata che gli decora la fronte.

Giorgio è vestito d’arancione e sottobraccio ha due libri con la copertina dai colori sgargianti portanti il titolo “Hari Krisna – La luce della verità”.

Giorgio dopo essersi presentato voleva donarmi uno di codesti libri per farmi scoprire – parole sue – il modo per “non arrabbiarmi mai più!”.

Tutto questo sotto il sole cocente di mezzogiorno in attesa del verde ad una delle strade più trafficate e puzzolenti di questa città. Con – aggiungo – una borsa della spesa piena della verdura di Oscar che mi faceva pericolosamente virare verso destra, una figlia che si aggrappava a me seduta sul portapacchi posteriore lagnandosi che stava perdendo le ciabattine, l’altra che non essendosi accorta che mi ero fermata perché con lo sguardo continuamente rivolto verso orizzonti a me ignoti continuava serafica la sua pedalata nella direzione sbagliata. Intanto il compagno mi avvisava telefonicamente che sarebbe tornato per pranzo e cioè entro pochi minuti. Aggiungo che soccombevo ancora ai postumi della “Bière du demon” della sera prima…

Giorgio mi guardava con quell’espressione beata che hanno solo le persone in pace con se stesse ed il mondo oppure quelle che si sono appena riappacificate con il loro pusher di fiducia.

“Sai una cosa” gli ho detto “io di solito mi arrabbio raramente. Però – ovviamente sempre nel momento sbagliato – a volte mi capita che mi incazzo come una belva, ma non è colpa mia, è che mi trovo spesso la strada costellata di deficienti e perciò – specialmente nel periodo della SPM (e qui vi voglio!) mi capita, si, che mi incazzo. Però come ti dicevo non è indole, è sfortuna, è la vita che ti mette continuamente alla prova facendoti trovare le persone sbagliate al momento sbagliato e poi, tra lavoro, famiglia, impegni vari, mutuo da pagare, spesa da fare, cellulite da combattere uno già è oberato di suo, mettici un po’ di nervosismo, un po’ di scombussolamento ormonale, magari anche un po’ di frustrazione che patatrac i nervi saltano, la voce si alza, dici cose che non vorresti dire…”

Giorgio intanto mi guardava, il suo sorriso stava virando verso il basso, la sguardo mi pareva già un po’ meno luminoso…

“Sai una cosa, Giorgio? Io quasi quasi mollo tutto e vengo via con te, eh? Immagino che voi invece state proprio bene, tranquilli, senza pensieri negativi per la testa. Magari sulla dieta potremmo metterci d’accordo, troppo stretta no, altrimenti mi innervosisco di nuovo. Però mi pare che voi dal punto di vista affettivo siate meno complicati di noi comuni atei, cristiani o che altro – nel senso che mi pare di ricordare che un mio vecchio amico che era entrato nelle vostre fila molti anni fa mi raccontò che c’era una certa libertà nei costumi. Benissimo, mi piace questo stare insieme liberamente. E poi, dimmi la verità Giorgio, nel vostro orticello coltivate pure qualche erbetta che vi dona quel sorriso, quello sguardo, eh?

Giorgio ora non sorrideva più, il suo sguardo si spostò verso destra e si illuminò nuovamente:

“E’scattato il verde!” mi disse, e riprendendosi il suo libro dai colori psicadelici si allontanò velocemente.

Probabilmente l’idea di condividere i suoi spazi con una squilibrata logorroica di mezza età non entrava nei canoni del pensiero Hari-Krisniano.

Peccato, mi ero già abituata all’idea di una vita più “easy”. E poi l’arancione mi dona pure. Per non parlare delle vesti fluenti che nascondono le rotondità…

Giorgioooooooooooooooooooooooooo! Arrivo!!!!!

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Balli e calli

giugno 20, 2010

“Io non so se Dio esiste, ma se non esiste ci fa una figura migliore.”

(Galles a un cliente, aprile 1984 – Stafano Benni “Baol”)

“Cumadibendaija cumadibendaja nobacuridnidà, getinrendola getirendola acusimibà. Singing aia, singinging aia sing…”

(‘na canzone Afro di cui non so nemmeno il titolo figurarsi darvi informazioni più precise!)

A prescindere dal fatto che non ho mai capito in che lingua viene cantato l’Afro non ho mai visto un immagine di questi ignoti cantori di cui non si sa nulla se non che riescono a sillabare un numero imprecisabile di dittonghi in una lingua incomprensibile ad una velocità che nemmeno Irvine dopo anni di rapide comunicazioni ai box ci riuscirebbe.

Perché stanotte, mentre ballavo a ritmi Afro e mi dimenavo come un vecchio cobra stanco, cercavo di decifrare e decriptare cosa stava uscendo dai grossi box che mi facevano vibrare i timpani in modo preoccupante.

Che ci posso fare se a me mi piace ballare l’Afro? Lo so, è un vizio, un fardello, una piccola trasgressione che mi porto dietro da quando ero ancora un impubere e leggiadra ragazzina. Ora che non sono più ne uno ne l’altro mi ritrovo a ballare in mezzo a una miriade di giovani che invece lo sono, eccome! Ma nonostante la figura da zia che ci faccio non demordo, stringo i denti, tiro in dentro la pancia e con fare stoico cerco di soprassedere a queste piccole differenze. Anche perché sono in macchina con una delle compagne del Teroldego e perciò mi tocca starmene li finchè lei si stanca, altrimenti come ci torno, a casa? E’inutile negarlo, con quelle squinternate si finisce sempre così:  a notte fonda in qualche buco sotterraneo in mezzo a ragazzini in piena fase ormo-alcolic-romantica che per grazia ricevuta sono talmente presi da loro stessi che non si chiedono nemmeno: “Ma che ci fanno ‘ste tre carampane qui dentro?”

Io invece me lo chiedevo, eccome. Anche perché in questi frangenti ti cadono addosso tutti gli anni che in altri momenti non ti sembrano poi tanti. Anche perché ti salgono a galla ricordi riposti in qualche angolo di qualche lobo cerebrale e – vuoi o non vuoi – ti prende una certa nostalgia per i tempi che furono e che non saranno mai più. Aggiungiamoci pure il pensiero che tra non molti anni tra le ragazzine che si dimenano in abiti succinti e con l’immancabile Cuba Libre in mano probabilmente ci sarà pure mia figlia…insomma, ballare l’Afro non ha più quella valenza quasi mistica, non è più quel trip spirituale che ebbe e fu. Forse anche perché non ci sono più i presupposti che ci furono allora (e qui presupposto sta per Pusher), forse perché è proprio vero che l’adolescenza è accompagnata da una spensieratezza che non avrai mai più, forse perché ad ogni saltello più verace balli non solo tu ma anche parti del tuo corpo che allora stavano al loro posto senza tremolamenti alcuni, forse perché ad una certa ora senti le gambe pesanti e il solito callo che si fa sentire perché costretto nelle scarpe da troppe ore…fatto sta che nulla è più come era, pur immergendomi completamente nella musica e cercando di farmi trascinare dai ritmi coinvolgenti c’era sempre qualcosa a ricordarmi che no, non è più la stessa cosa.

Per fortuna che noi quattro forzate dell’Afro siamo dotate di una grossa dose di auto ironia che ci evita depressioni tardive e ripensamenti inutili. Infatti uscendo dal locale uno dei buttafuori (tra l’altro le uniche persone sopra i vent’anni!) ci chiede:

“Andate già via?” (già sta per le 01.30 di un sabato notte freddo e tempestoso!)

e noi:

“Seeee, andiamo a prendere la pastiglia per la pressione!”

“…il diuretico per sgonfiarci le gambe!”

E giù a ridere come pazze, in barba alla pioggia battente, alle gambe doloranti, alle battute amare  ed alle rivelazioni non gradite.