Archive for the ‘Cose della vita’ Category

Patata ancestrale

febbraio 4, 2011

“Perché non prova la patata al Selenio?”

Domanda innocua, posta da fruttivendolo ignaro a donna-anello-mancante.

Si, perché – le donne tra di noi lo sanno ed i maschi ancor meglio – ci sono certi giorni al mese in cui la donna, essere innocuo ed amabile, torna ad essere l’anello mancante tra la scimmia e l’essere umano.

Lucy, per intenderci.

Lucy, anche se nei trattati di paleontologia  raramente se ne fa menzione ma se non ci fosse stata l’Homus Erectus si sarebbe trovato davanti ad un problema mica di facile risoluzione per uno che apriva le noci di cocco sbattendosele in fronte, è il corrispettivo femminile dell’uomo di Neanderthal, la donna prima della trasformazione da femmina di scimmia a donna.

 

Lucy

 

 

In quei particolari giorni tutte le migliorie apportate dalla natura al cromosoma xx si fanno nulle: la fronte – altrimenti mantenuta in posizione grazie a generose spalmate di costosa crema antirughe – si aggrotta ed assume quel noto aspetto minaccioso, lo sguardo perde ogni barlume di dolcezza e si fa vigile ed aggressivo, la schiena si incurva sotto il peso del mondo che sembra gravarvi sopra completamente, la voce cinguettante si trasforma in un barrito da alce in calore. La ritenzione idrica fa tendere i jeans sulle cosce e mette a dura prova i bottoni-altezza pancia della camicetta. Un po’ effetto Hulk poco prima che diventi verde, per intenderci. Secondo una mia stima nonché osservazione del fenomeno pilifero,  pure i peli crescono più folti e duri in quei giorni. Insomma, la donna torna a quell’essere istintivo ed agguerrito che fu migliaia di anni fa.

Non è cattiveria, sono ormoni.

Purtroppo, per il solito disordine cosmico, il karma nefasto, le costellazioni sfavorevoli, il fato contrario – oppure chiamiamola semplicemente con il suo nome: “SFIGA” –  in quei giorni, sul suo già difficoltoso cammino, la donna-Lucy incontra quel genere di umani che durante gli altri giorni del  mese potrebbe anche sopportare, ma che ora, in questo momento, durante questo piccolissimo istante nella storia dell’umanità, ci paiono insopportabilmente, dolorosamente irritanti. Un po’ come quella sensazione che ti sale dal basso quando sbatti con il mignolo contro lo stipite quando questi si stava giusto riprendendo dalla botta contro il tavolo. Ed allora, come per uno scherzo divino perfidamente orchestrato, eccoti pararti davanti automobilisti distratti, anziani agguerriti, madri nevrotiche, clienti incontentabili, esseri umani in generale.

Il fruttivendolo non aveva nessuna di queste particolarità, il suo problema nasceva  dal fatto che aveva sbagliato proponendomi  un prodotto che era stato modificato per introdurvi un minerale altrimenti non contenuto.  Nel caso delle patate vengono usati concimi ad alto tasso di Selenio. Un innocuo tubero che per milioni di anni ne era sprovvisto ma che – probabilmente proprio dissotterrato dalla nostra Lucy alla ricerca di qualcosa da commestibile con cui integrare la dieta composta da proteine animali  – ci ha permesso di fare un salto evolutivo mica da poco viene alterato per arricchire la nostra alimentazione con un Minerale che seguendo una dieta varia viene assunto a sufficienza. Strategie di arricchimento delle multinazionali alimentari.

Ho risposto con un grugnito ancestrale, un NO che avrà fatto rizzare i peli della nuca del venditore di vegetali, una negazione completamente incomprensibile ma al contempo assai chiara.

 Sulla patata al Valium avremmo potuto trattare, ma il Selenio – proprio no.

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Fuori dal tunnel

gennaio 24, 2011

“Perché non sei più mia amica?”

“Sono stato in qualche modo scortese?”

“Dove cavolo sei sparita?”

“Perché mi hai bannato/eliminato/bloccato?”

Solo alcune delle domande che mi sono state poste negli ultimi giorni.

Non sono diventata più asociale del solito, ultimamente.

Nemmeno più stronza.

Non sono neppure espatriata nottetempo.

Mi sono unicamente e – credevo – liberamente nel pieno delle mie facoltà mentali – tolta da facebook. Uscita. Chiuso il mio profilo. Pareva facile…

“Sei proprio sicura di voler eliminare il tuo account?”

Si! Ci ho messo mezz’ora a trovare la finestra (peraltro una sotto-sotto-finestra) per farlo, vuoi che stessi perdendo il mio tempo in questo modo?

“Di a facebook perché vuoi compiere questo nefasto passo che ti toglierà la possibilità di trovare i tuoi amici e di sapere in tempo reale cosa stiano facendo.”

Guarda, facebook, quando voglio trovare i miei amici li chiamo o ci troviamo da qualche parte. E poi sinceramente non mi interessa se in questo preciso istante stiano stirando o si stiano godendo altrimenti la vita.

“Ci passavi forse troppo tempo?”

Bè, se quella mezz’ora scarsa di libertà assoluta tra cena e talamo la usassi in modo più costruttivo/istruttivo/elettivo invece che fissare uno schermo pieno di immagini e parole sarebbe sicuramente meglio per il mio già traballante equilibrio psico-fisico.

“Trovi forse facebook uno strumento poco utile, (avrei aggiunto un isterico : “eeeeeh???)

O guarda, utilissimo per ritrovare amici d’infanzia, ex compagni di scuola persi in giro per il mondo, ex colleghi di lavoro, ex grandi ed unici nonché eterni amori. Tante persone che per un motivo o per l’altro si sono perse per strada e forse, ma proprio forse, a volte un motivo valido per non averle più in agenda ci sarà stato. Utilissimo per farsi adescare da uomini di mezz’età che magari la sera , di nascosto da moglie e figli, chiedono amicizia e fanno proposte a donne alle quali altrimenti non avrebbero il coraggio di rivolgere la parola. Utilissimo per farti sentire in obbligo di scrivere qualcosa di lontanamente intelligente ad intervalli regolari o di commentare con qualcosa di spiritoso un “post” di qualche amico.

Magari zittendo i figli che vorrebbero comunicarti qualcosa di importante mentre tu stai scrivendo qualcosa di completamente insignificante.

E poi diciamolo, la Mangrovie per natura è una solitaria poco propensa a confidenze e convenevoli vari.

E perciò ha deciso di perdere almeno uno dei propri insalubri vizi.

Uscita dal tunnel.

Chi sentirà la mia mancanza sa dove trovarmi.

Manco il tempo di morire

dicembre 29, 2010



“…stanotte, adesso, si’

mi basta il tempo di morire

fra le tue braccia cosi’

domani puoi dimenticare, domani…

ma adesso dimmi di si’…”

(L. Battisti – morto anche lui, tra il resto)

E mentre ero occupata a vivere mi sono improvvisamente resa conto che in mezzo a tutto questo fare, agire, produrre, realizzare, mi ero dimenticata di morire!

Si, non mi ero semplicemente scordata di spegnere la luce, di comprare il latte, di fare una telefonata. No, mi ero dimenticata che nei miei piani di vita c’era che sarei dovuta morire già da qualche anno.

Rewind. La Mangrovie anni fa era giovane e spensierata. Anche un po’ dannata, per dirla tutta. Con tutto quello che ciò comporta: mi piaceva vivere intensamente, velocemente, a ritmo rock, senza pensare troppo alle conseguenze delle mie azioni. Insomma, vivere – non sopravvivere.

I miei idoli erano a loro volta elementi dannati, per lo più già morti, spesso proprio per questo loro modo di vivere: adoravo Janis Joplin (27), Jim Morrison (28), Jimi Hendrix (28), James Dean (24), Rino Gaetano (31)…da notare che il numero tra parentesi sta ad indicare l’età in cui sono passati a miglior vita. Leggevo Proust, Sartre, Hemingway ed altri allegroni non disdegnando autrici più terrene come Christiane F. Come modello femminile ero attratta – forse perché allora così diversa da me perché formosa e femminile – da Marilyn Monroe, piuttosto “vecchiotta” quando morì perché aveva “già” 36 anni. In mezzo a tutti questi miti morti giovani potevo io pensare di invecchiare indossando gonne plissettate e andando a letto con i bigodini, pensando a come arrivare a fine mese tra fatture da pagare e figli da sfamare? Certo che no, a 18 anni mi ero convinta, oserei dire quasi proposta, di morire verso i 30 anni, prima del decadimento totale, prima dell’imborghesimento inevitabile, prima della noia mortale che una vita ordinata e programmata avrebbe inevitabilmente portato con se.

A 18 anni sembra una decisione semplice, coerente con il proprio pensiero ribelle ed anticonformista.

Intanto la vita andava avanti, gli anni passavano, la vita mi portava in talune direzioni ed imponeva determinate scelte e mentre il tempo scorreva non mi rendevo conto che stavo passando il punto di non-ritorno. Il momento in cui sarei passata dalla spensierata giovinezza alla posata maturità. Che sarebbe adesso. Adesso che – se i miei piani giovanili si fossero avverati – non dovrei essere qui a questo pc a scrivere ma già trapassata (per dirla in termini meno truci).

E vabbè, mica bisogna sempre e comunque essere coerenti con le proprie scelte. Insomma, a volte si può anche cambiare idea, no? D’altronde se Marilyn si fosse accontenta di un politico di periferia qualsiasi magari ora sarebbe una felice nonnina obesa.

E Christiane F. (quella di “Noi ragazzi dello zoo di Berlino) che pareva non dovesse arrivare alla maggiore età non starà per caso coltivando ortaggi biologici in qualche paese germanico di provincia?

Se mi guardo ora, mi osservo veramente, potrei presumere che invece che morire giovane, bella e dannata finirò i miei giorni come un altro personaggio mitico – ma tuttora in vita.

Come B.B., Brigitte Bardot. Che alla soglia degli 80 vive in campagna circondata da centinaia di animali, lontano da contatti umani, quasi misantropa, rugosa e fiera di esserlo, spettinata ma fregandosene felicemente di tutto ciò che succede oltre il proprio orticello.

Vecchia, ma viva.

Mostarda classica

dicembre 5, 2010

Nottetempo mi trovai a discutere con un amico uno di quei temi che pur essendo antichi come il mondo riescono tuttora a scaldare gli animi. Quello della mela, per intenderci.
E’il SIMPOSIO DI PLATONE e dice che in tempi antichi l’uomo era così, come una mela, perfetto. Bastava a se stesso ed era felice.

C’erano tra gli uomini tre generi, quello femminile che aveva origine dalla Terra, quello maschile che aveva origine dal Sole e quello androgino che aveva origine dalla Luna. Questi erano degli esseri perfetti, fieri, forti e vigorosi. Ma erano anche arroganti e vollero tentare la scalata al cielo per combattere gli dèi.
Zeus e gli altri dèi non sapevano che fare, non potevano uccidere tutti gli uomini, decisero così di dividerli per renderli più deboli.
Quando gli essere umani furono tagliati in due, ciascuna delle due parti desiderava ricongiungersi all’altra, desiderando solo di formare nuovamente un solo essere. Praticamente da quel giorno l’uomo ha cominciato a cercare disperatamente la sua metà perchè senza di essa si sentiva incompleto. Ognuno di noi è una frazione dell’essere umano completo originario, per ciascuna persona ne esiste dunque un’altra che le è complementare.
Ed è per questo che siamo sempre alla ricerca continua della nostra metà della mela, non vogliamo essere una mezza anima, ma desideriamo ritornare alla nostra natura originaria, questa ricerca si chiama amore.

Abbiamo concluso la discussione trovandoci d’accordo sul fatto che probabilmente non esiste una metà precisa ma solo degli spicchi che vanno a congiungersi alla nostra metà di volta in volta – in base al momento particolare della vita ed alla persona coinvolta.

Caro Platone, il tuo discorso non fa una grinza. Preciso, filosofico come ci si aspettava da te.

Però.

Però, come in tutte le teorie coniate da individui maschili che credono di aver compreso l’universo femminile in tutta la sua complessità, non è stato considerato un piccolo particolare. Niente di che, solo che

la donna è la metà di una pera!

Col bicchiere mezzo pieno

novembre 17, 2010

Da qualche giorno ho un bicchiere recante l’effige di un personaggio che ha giocato un ruolo molto importante nel mio sviluppo psicofisico, nella mia formazione intellettuale, nella ricerca del mio vero io. Nel mio diventare grande, insomma.

Barbabo.

Barbabo (in italiano si chiama Barbabarba me per me è e resterà sempre Barbabo visto che l’ho conosciuto che parlava tedesco) è un componente della famiglia dei Barbapapa. Quello nero e peloso, per intenderci.

Quello che lo guardi, poi osservi Barbamamma e Barbapapà, poi lo riguardi, studi attentamente i suoi fratelli, lo rimiri e poi ti chiedi:

“Cazzo c’entra questo con il resto della famiglia?”

In effetti la differenza è lampante: mentre tutti gli altri sono delle lisce pere dai colori pastello – le femminucce addirittura con il bitorzolo cerebrale contornato da corolle di fiori primaverili – lui è l’unico nero e peloso.

Peloso e nero, capite? In mezzo a tanta perfezione, a tanta armonia nelle forme e nei colori spunta lui, essere autoctono dall’indole artistica, dalle idee rivoluzionarie, quasi un leoncavallino nel perfetto mondo dei Barbapapa.

Barbabo non è solo esterioramente diverso. La sua diversità si manifesta pure nella sua indole, nel suo essere totalmente diverso dal resto dei suoi simili.

Barbabo se ne sta sempre un po’ in disparte e mentre tutta l’allegra famiglia dei Barbapapa si entusiasma per la nascita di un piccolo di Daubentonia madagascariensis la cui madre è stata naturalmente appena da loro salvata dalle sgrinfie di bracconieri senza cuore, lui guarda oltre – oltre i particolari, pronto a captare l’insieme delle cose, l’armonia dell’universo che lo circonda – sensazioni che non esita a trasferire subito su tela. Infatti lui è l’artista della famiglia colui che ad una vita dai colori tenui avrebbe preferito vivere contornato da colori violenti, come in un dipinto di Klimt, Kandinsky o Kahlo.

Standosene sempre un po’ in disparte rispetto al resto del gruppo, osservando le cose “da fuori” è in grado di dare un significato obiettivo alle cose, tralasciando convenievoli e non facendosi influenzare più di tanto dai sentimenti che lo legano agli altri (in fondo lui è un solitario, capace di amare ma altresì capace di vivere la propria vita in autonomia).

Barbabo non partecipa alle annose discussioni su quando la farfalla spiegherà le sue ali e di che colore saranno. Lui attende paziente e quando finalmente arriva il momento giusto lui ne coglie la magia, non cerca di catturarla per analizzarla ma la lascia andare, augurandole una vita di libertà.

Barbabo ha capito fin da subito di essere diverso dagli altri, di non riuscire mai ad inserirsi perfettamente nel contesto che lo circonda, che il suo sentirsi fuori luogo non sarebbe stata una sensazione transitoria ma uno stato continuo. Eppure Barbabo dopo l’iniziale naturale disorientamento è riuscito a farsene una ragione ed a vivere la sua vita di diverso con leggerezza, non lasciandosi inscatolare in nessun schema, fregandosene di stereotipi, clichè, prototipi ed esempi da seguire.

E Barbabo è felice così.

(A tutti i Barbabo del mondo)

Piccoli particolari

novembre 1, 2010

Nei giorni dei morti, delle streghe e dei spauracchi vari torna pure la Mangrovie, terrore di ogni letterato, professore di grammatica/ortografia/sintassi nonché dei ben pensati. Mangrovie la quale non era caduta vittima di un’improvviso ad improbabile ripensamento culturale che magari le avrebbe saggiamente suggerito di darsi alla pittura di paesaggi con l’acquarello o magari al crochet ma più semplicemente è dovuta soccombere (e tuttora soccombe) ad un lungo e snervante trasloco che l’ha portata a sconnettersi prima e riconnettersi poi – dopo mille difficoltà e due mesi di assenza cibernetica.

Insomma, la Mangrovie trasloca e decide che – visto che le ore passat davanti al pc le stanno rubando un sacco di tempo prezioso in cui avrebbe potuto o potrebbe fare cose molto più piacevoli e creative – nella nuova casa non installerà più nessun pc. Grandiosi – nonché nobili – intenti. Infatti! Talmente nobili da non far parte del bagaglio genetico di questa terrena donna che dopo due mesi in cui ha potuto assaporare il suo prezioso tempo libero ha avuto la conferma di ciò che forse intrinsecamente già sapeva: che di tutto questo prezioso tempo libero non sapeva cosa farsene.

Allora Mangrovie ha dato fondo alle sue finanze, ai suoi duramente guadagnati quattr….

Un momento, il compagno mi interrompe chiedendomi un po’ di sincerità riguardo a come ho reperito i fondi necessari all’acquisto del laptop il quale mi ha permesso di uscire dal mio piccolo mondo per riconnettermi con il grande world wide web.

Ammetto, non ho seguito i soliti onesti e corretti cannoni . D’altronde l’acquisto di una nuova casa non è il momento migliore per sperperare ulteriori quattrini in diavolerie tecnologiche ma ormai ero arrivata ai tipici sintomi di astinenza tecnologica quali tosse cavernosa, naso rosso, aumento della secrezione di muco nasale, naso rosso e screpolato. Certo, gli altri facevano presto a dirmi che si trattava di un semplice raffreddore, io l’avevo capito che invece si trattava di qualcosa di più serio. Anche perché non riuscivo più a liberarmi del già più volte citato nugolo di parole e pensieri che mi intasano i neuroni già pesantemente compromessi, perciò la soluzione era solo una: bypassare il problema del vecchio pc inscatolato e depositato non si sa bene dove con un nuovo e fiammante laptop.

“Si, va bene, racconto del raggiro” (al compagno che insiste sulla versione corretta dei fatti!)

Allora, nella nuova casa bisognava demolire un muro per poi ricostruirlo da un’altra parte (idea mia, ndr). Il compagno insisteva che il lavoro fosso svolto da dei muratori che ci avevano pure fatto un preventivo orrendamente alto. “Eh no, caro mio, bisogna risparmiare, il lavoro ce lo facciamo noi (sottinteso ma non captato: lo fai tu con qualche tuo amico di buona volontà). E dai e dai convinco il compagno a demolire il muro a mazzuolate e di ricostruirlo faticosamente pochi metri più in la.

Dopo giorni di duro lavoro, di mattoni, di malta e di cazzuola, di parolaccie (sue!), di dolori alla schiena (sua!), di polvere e detriti, il muro era al suo posto (ormai denominato “muro del pianto”) ed i soldi in banca invece che nelle tasche degli operai. Per poco. Perché li ho subito investiti in questo pc. Quando sono tornata a casa con la scatola sottobraccio, il compagno (con occhio stanco e palpebra cadente dovute a dure settimane di doppio lavoro) mi ha lanciato uno sguardo incuriosito accompagnato dalla temuta domanda:

“Ma non dovevamo risparmiare?”

A quanto pare mi ero scordata di un piccolo particolare, di dirgli che dovevamo risparmiare per il mio pc.

Piccoli particolari che però riescono a provocare grandi cazzuolate.

Semaforo arancione

giugno 25, 2010

Oggi al semaforo sono stata adescata da Giorgio.

Giorgio ha circa ed al massimo 25 anni, alto, snello e con un bellissimo sorriso.

Giorgio porta i capelli cortissimi ed ha due occhi scuri che spiccano tra la goccia dorata che gli decora la fronte.

Giorgio è vestito d’arancione e sottobraccio ha due libri con la copertina dai colori sgargianti portanti il titolo “Hari Krisna – La luce della verità”.

Giorgio dopo essersi presentato voleva donarmi uno di codesti libri per farmi scoprire – parole sue – il modo per “non arrabbiarmi mai più!”.

Tutto questo sotto il sole cocente di mezzogiorno in attesa del verde ad una delle strade più trafficate e puzzolenti di questa città. Con – aggiungo – una borsa della spesa piena della verdura di Oscar che mi faceva pericolosamente virare verso destra, una figlia che si aggrappava a me seduta sul portapacchi posteriore lagnandosi che stava perdendo le ciabattine, l’altra che non essendosi accorta che mi ero fermata perché con lo sguardo continuamente rivolto verso orizzonti a me ignoti continuava serafica la sua pedalata nella direzione sbagliata. Intanto il compagno mi avvisava telefonicamente che sarebbe tornato per pranzo e cioè entro pochi minuti. Aggiungo che soccombevo ancora ai postumi della “Bière du demon” della sera prima…

Giorgio mi guardava con quell’espressione beata che hanno solo le persone in pace con se stesse ed il mondo oppure quelle che si sono appena riappacificate con il loro pusher di fiducia.

“Sai una cosa” gli ho detto “io di solito mi arrabbio raramente. Però – ovviamente sempre nel momento sbagliato – a volte mi capita che mi incazzo come una belva, ma non è colpa mia, è che mi trovo spesso la strada costellata di deficienti e perciò – specialmente nel periodo della SPM (e qui vi voglio!) mi capita, si, che mi incazzo. Però come ti dicevo non è indole, è sfortuna, è la vita che ti mette continuamente alla prova facendoti trovare le persone sbagliate al momento sbagliato e poi, tra lavoro, famiglia, impegni vari, mutuo da pagare, spesa da fare, cellulite da combattere uno già è oberato di suo, mettici un po’ di nervosismo, un po’ di scombussolamento ormonale, magari anche un po’ di frustrazione che patatrac i nervi saltano, la voce si alza, dici cose che non vorresti dire…”

Giorgio intanto mi guardava, il suo sorriso stava virando verso il basso, la sguardo mi pareva già un po’ meno luminoso…

“Sai una cosa, Giorgio? Io quasi quasi mollo tutto e vengo via con te, eh? Immagino che voi invece state proprio bene, tranquilli, senza pensieri negativi per la testa. Magari sulla dieta potremmo metterci d’accordo, troppo stretta no, altrimenti mi innervosisco di nuovo. Però mi pare che voi dal punto di vista affettivo siate meno complicati di noi comuni atei, cristiani o che altro – nel senso che mi pare di ricordare che un mio vecchio amico che era entrato nelle vostre fila molti anni fa mi raccontò che c’era una certa libertà nei costumi. Benissimo, mi piace questo stare insieme liberamente. E poi, dimmi la verità Giorgio, nel vostro orticello coltivate pure qualche erbetta che vi dona quel sorriso, quello sguardo, eh?

Giorgio ora non sorrideva più, il suo sguardo si spostò verso destra e si illuminò nuovamente:

“E’scattato il verde!” mi disse, e riprendendosi il suo libro dai colori psicadelici si allontanò velocemente.

Probabilmente l’idea di condividere i suoi spazi con una squilibrata logorroica di mezza età non entrava nei canoni del pensiero Hari-Krisniano.

Peccato, mi ero già abituata all’idea di una vita più “easy”. E poi l’arancione mi dona pure. Per non parlare delle vesti fluenti che nascondono le rotondità…

Giorgioooooooooooooooooooooooooo! Arrivo!!!!!

Balli e calli

giugno 20, 2010

“Io non so se Dio esiste, ma se non esiste ci fa una figura migliore.”

(Galles a un cliente, aprile 1984 – Stafano Benni “Baol”)

“Cumadibendaija cumadibendaja nobacuridnidà, getinrendola getirendola acusimibà. Singing aia, singinging aia sing…”

(‘na canzone Afro di cui non so nemmeno il titolo figurarsi darvi informazioni più precise!)

A prescindere dal fatto che non ho mai capito in che lingua viene cantato l’Afro non ho mai visto un immagine di questi ignoti cantori di cui non si sa nulla se non che riescono a sillabare un numero imprecisabile di dittonghi in una lingua incomprensibile ad una velocità che nemmeno Irvine dopo anni di rapide comunicazioni ai box ci riuscirebbe.

Perché stanotte, mentre ballavo a ritmi Afro e mi dimenavo come un vecchio cobra stanco, cercavo di decifrare e decriptare cosa stava uscendo dai grossi box che mi facevano vibrare i timpani in modo preoccupante.

Che ci posso fare se a me mi piace ballare l’Afro? Lo so, è un vizio, un fardello, una piccola trasgressione che mi porto dietro da quando ero ancora un impubere e leggiadra ragazzina. Ora che non sono più ne uno ne l’altro mi ritrovo a ballare in mezzo a una miriade di giovani che invece lo sono, eccome! Ma nonostante la figura da zia che ci faccio non demordo, stringo i denti, tiro in dentro la pancia e con fare stoico cerco di soprassedere a queste piccole differenze. Anche perché sono in macchina con una delle compagne del Teroldego e perciò mi tocca starmene li finchè lei si stanca, altrimenti come ci torno, a casa? E’inutile negarlo, con quelle squinternate si finisce sempre così:  a notte fonda in qualche buco sotterraneo in mezzo a ragazzini in piena fase ormo-alcolic-romantica che per grazia ricevuta sono talmente presi da loro stessi che non si chiedono nemmeno: “Ma che ci fanno ‘ste tre carampane qui dentro?”

Io invece me lo chiedevo, eccome. Anche perché in questi frangenti ti cadono addosso tutti gli anni che in altri momenti non ti sembrano poi tanti. Anche perché ti salgono a galla ricordi riposti in qualche angolo di qualche lobo cerebrale e – vuoi o non vuoi – ti prende una certa nostalgia per i tempi che furono e che non saranno mai più. Aggiungiamoci pure il pensiero che tra non molti anni tra le ragazzine che si dimenano in abiti succinti e con l’immancabile Cuba Libre in mano probabilmente ci sarà pure mia figlia…insomma, ballare l’Afro non ha più quella valenza quasi mistica, non è più quel trip spirituale che ebbe e fu. Forse anche perché non ci sono più i presupposti che ci furono allora (e qui presupposto sta per Pusher), forse perché è proprio vero che l’adolescenza è accompagnata da una spensieratezza che non avrai mai più, forse perché ad ogni saltello più verace balli non solo tu ma anche parti del tuo corpo che allora stavano al loro posto senza tremolamenti alcuni, forse perché ad una certa ora senti le gambe pesanti e il solito callo che si fa sentire perché costretto nelle scarpe da troppe ore…fatto sta che nulla è più come era, pur immergendomi completamente nella musica e cercando di farmi trascinare dai ritmi coinvolgenti c’era sempre qualcosa a ricordarmi che no, non è più la stessa cosa.

Per fortuna che noi quattro forzate dell’Afro siamo dotate di una grossa dose di auto ironia che ci evita depressioni tardive e ripensamenti inutili. Infatti uscendo dal locale uno dei buttafuori (tra l’altro le uniche persone sopra i vent’anni!) ci chiede:

“Andate già via?” (già sta per le 01.30 di un sabato notte freddo e tempestoso!)

e noi:

“Seeee, andiamo a prendere la pastiglia per la pressione!”

“…il diuretico per sgonfiarci le gambe!”

E giù a ridere come pazze, in barba alla pioggia battente, alle gambe doloranti, alle battute amare  ed alle rivelazioni non gradite.

E daiè con stà befana!

gennaio 6, 2010

Il giorno del mio compleanno: qualche sms e qualche bacino frettoloso dai più attenti.

A Natale 1 sms e qualche stretta di mano ad alto rischio trasmissione suina.

A capodanno un sms di una vecchia amica data per perduta.

Non capisco perchè tutti si ricordano di me solo un giorno l’anno, più precisamente il 6 gennaio, dicasi l’Epifania, la festa della befana insomma!

Sms a valanghe, battutine a gò-gò, mail a non finire.

Grazie.

Vi ringrazio veramente per queste strane dimostrazioni d’affetto.

Per contraccambiare avrei potuto spremermi le già magre meningi. Ma poi ho pensato che non avrei potuto eguagliare il mio post dell’anno scorso che parlava proprio di noi befane.

Perciò sorbitevelo, subitevelo, sublimatevelo.

Oppure rileggetelo punto e basta.

La Befana vien di notte,

Con le calze tutte rotte,

col vestito e la sottana,

viva-viva la Befana!

Come ogni anno, in questi giorni mi preparo a ricevere gli auguri per la Befana:

né il compleanno, né il Natale, né l’inizio dell’anno vengo così festeggiata da amici e parenti “spassosi” come in questo giorno dell’anno. E penso che questo destino venga condiviso da parecchie esponenti del gentil sesso.

A torto il termine “Befana” indica un appellativo con un connotato negativo.

A torto, dico io!

E allora quest’anno voglio dirlo una volta per tutte e udibile ai più: ebbene si, vorrei essere una Befana! E che cavolo, smettiamola con questo nascondersi dietro scuse vane, questo non ammettere ciò che le più desiderano, anzi spasimano: vuoi mettere essere una Befana, vestire con una gonna informe e lunga che nasconde le zone problematiche, e chissene se rattoppata, spiegazzata e macchiata?

Vuoi mettere fregarsene del proprio aspetto, anzi di più: avere talmente tanta autostima da girare con un porro peloso sul naso senza complessi di inferiorità? E se non estirpiamo quello, figuriamoci dei peli sulle gambe o in altri punti strategici – fanculo le cerette, i rasoi, le creme depilatorie!

E i capelli? Grigi, senza se né ma, grigi non solo sulla ricrescita – ma dal bulbo alla punta!

Poi, se fossi una Befana, lavorerei un giorno all’anno: il 6 gennaio; questo giorno lo passerei a fare felici un sacco di bambini, poi ciao, chi si è visto si è visto, niente bambini intorno per i prossimi 364 giorni dell’anno. E poi poter finalmente distinguere bambino da bambino (e ammettere che no, non è affatto vero che sono tutti belli e buoni!): fargliela finalmente pagare ai figli rompiscatole del vicino, ai piccoli bulletti del parchetto, a tutti quelli che durante l’anno ci smerigliano allegramente i nervi: CARBONE à go-go for everybody!

Ragionando così mi avanzerebbero un sacco di dolciumi che potrei sbafarmi durante il lungo ozio che separa il giorno di lavoro venturo dal prossimo.

E poi volerei su una scopa, senza inquinare, sgasare, rumoreggiare, senza problemi di parcheggio, di palloncini da soffiare (si, perché le Befane bevono, eccome!), di pieni da fare, di bolli da pagare!

Sarei single – il che, dopo aver passato gran parte della vita in coppia, non sarebbe affatto male! Mi dite che la Befana sia la compagna di Babbo Natale? Bene, anche lui ha il suo bel daffare, perciò sarebbe una relazione intermittente ed a distanza (le migliori, col senno di poi…), con un uomo che secondo me ha delle doti nascoste ma non trascurabili:

se riesce a fare felici tutti quei bambini, figuriamoci una Befana!

She was a cosmic girl!

dicembre 28, 2009

Giovedì mattina, ore 09.00.

Mi sveglio con un mal di testa tremendo, una nausea orripilante, apro gli occhi e tutto inizia a girare, di mettermi seduta nemmeno pensarci.

Raffredore?

Suina?

Gastroenterite?

Svetlana!

Porcacci miei, mi ha fregato di nuovo! Dev’essersene uscita a tradimento, magari mentre ero impegnata con gli (notare il plurale!) aperitivi. Oppure dopo, a cena, mentre traccanavo quell’ottimo vino siciliano che aiutava a sopportare meglio il gusto di quelle orrende fettuccine al glutammato. Magari dopo, quando il cameriere, imprudentemente, ha lasciato la bottiglia di limoncello scadente sul tavolo (ma ormai che fosse scadente o meno non ce ne importava più molto). Limoncello che dovevo bere per non rimanere soffocata dalla Nutella che – sempre l’imprudente cameriere – ha lasciato sul nostro tavolo.

A pensarci bene a quell’ora devo già essere stata posseduta da Svetlana, io di solito la Nutella non la mangio. Ecco, dev’essere stato allora che la brava ragazza che sono di solito è stata barbaramente e meschinamente soppressa da quella scalmanata.

Fatto sta che il programma della serata doveva essere portato a termine e Svetlana non si è certo fatta pregare: musica Afro con il (ormai parecchio invecchiato ma sempre bravissimo) Dj Baldelli, mito tra i vecchi frequentatori di discoteche del genere.

Svetlana ha ballato parecchio quella notte. Ne porto ancora i segni sotto forma di vesciche ai piedi, d’altronde è colpa mia, conoscendola dovrei uscire con le scarpe da footing. Svetlana ha pure fatto qualche tiro da una sigaretta strana di qualcuno fino a poco prima sconosciuto, cosa assolutamente deprecabile che l’Alter Ego predica come azione “da non fare MAI” alle figliole.

Era messa meglio quella sfigata di Cenerentola! Almeno lei a mezzanotte tornava se stessa e scappava verso casa rimettendoci solo una scarpetta.

A proposito, volete sapere chi erano le altre?

Vi basti sapere che il loro nome in codice è Samantha e Deborah (con la acca)!

Attenti quando le incontrate!