2010 in review

gennaio 2, 2011

The stats helper monkeys at WordPress.com mulled over how this blog did in 2010, and here’s a high level summary of its overall blog health:

Healthy blog!

The Blog-Health-o-Meter™ reads Wow.

Crunchy numbers

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A Boeing 747-400 passenger jet can hold 416 passengers. This blog was viewed about 12,000 times in 2010. That’s about 29 full 747s.

In 2010, there were 19 new posts, growing the total archive of this blog to 122 posts. There were 32 pictures uploaded, taking up a total of 4mb. That’s about 3 pictures per month.

The busiest day of the year was January 13th with 131 views. The most popular post that day was Pò-pò-porno.

Where did they come from?

The top referring sites in 2010 were oscarferrari.wordpress.com, nadiaflavio.wordpress.com, it.wordpress.com, facebook.com, and spirali.wordpress.com.

Some visitors came searching, mostly for candy candy, chihuahua, ufo, great dane, and teletubbies wallpaper.

Attractions in 2010

These are the posts and pages that got the most views in 2010.

1

Pò-pò-porno January 2010
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2

La sindrome di Candy-Candy January 2009
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3

Canino! December 2009
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4

Che scimmia! October 2009
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5

Escursus cul-in-ario September 2009
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Manco il tempo di morire

dicembre 29, 2010



“…stanotte, adesso, si’

mi basta il tempo di morire

fra le tue braccia cosi’

domani puoi dimenticare, domani…

ma adesso dimmi di si’…”

(L. Battisti – morto anche lui, tra il resto)

E mentre ero occupata a vivere mi sono improvvisamente resa conto che in mezzo a tutto questo fare, agire, produrre, realizzare, mi ero dimenticata di morire!

Si, non mi ero semplicemente scordata di spegnere la luce, di comprare il latte, di fare una telefonata. No, mi ero dimenticata che nei miei piani di vita c’era che sarei dovuta morire già da qualche anno.

Rewind. La Mangrovie anni fa era giovane e spensierata. Anche un po’ dannata, per dirla tutta. Con tutto quello che ciò comporta: mi piaceva vivere intensamente, velocemente, a ritmo rock, senza pensare troppo alle conseguenze delle mie azioni. Insomma, vivere – non sopravvivere.

I miei idoli erano a loro volta elementi dannati, per lo più già morti, spesso proprio per questo loro modo di vivere: adoravo Janis Joplin (27), Jim Morrison (28), Jimi Hendrix (28), James Dean (24), Rino Gaetano (31)…da notare che il numero tra parentesi sta ad indicare l’età in cui sono passati a miglior vita. Leggevo Proust, Sartre, Hemingway ed altri allegroni non disdegnando autrici più terrene come Christiane F. Come modello femminile ero attratta – forse perché allora così diversa da me perché formosa e femminile – da Marilyn Monroe, piuttosto “vecchiotta” quando morì perché aveva “già” 36 anni. In mezzo a tutti questi miti morti giovani potevo io pensare di invecchiare indossando gonne plissettate e andando a letto con i bigodini, pensando a come arrivare a fine mese tra fatture da pagare e figli da sfamare? Certo che no, a 18 anni mi ero convinta, oserei dire quasi proposta, di morire verso i 30 anni, prima del decadimento totale, prima dell’imborghesimento inevitabile, prima della noia mortale che una vita ordinata e programmata avrebbe inevitabilmente portato con se.

A 18 anni sembra una decisione semplice, coerente con il proprio pensiero ribelle ed anticonformista.

Intanto la vita andava avanti, gli anni passavano, la vita mi portava in talune direzioni ed imponeva determinate scelte e mentre il tempo scorreva non mi rendevo conto che stavo passando il punto di non-ritorno. Il momento in cui sarei passata dalla spensierata giovinezza alla posata maturità. Che sarebbe adesso. Adesso che – se i miei piani giovanili si fossero avverati – non dovrei essere qui a questo pc a scrivere ma già trapassata (per dirla in termini meno truci).

E vabbè, mica bisogna sempre e comunque essere coerenti con le proprie scelte. Insomma, a volte si può anche cambiare idea, no? D’altronde se Marilyn si fosse accontenta di un politico di periferia qualsiasi magari ora sarebbe una felice nonnina obesa.

E Christiane F. (quella di “Noi ragazzi dello zoo di Berlino) che pareva non dovesse arrivare alla maggiore età non starà per caso coltivando ortaggi biologici in qualche paese germanico di provincia?

Se mi guardo ora, mi osservo veramente, potrei presumere che invece che morire giovane, bella e dannata finirò i miei giorni come un altro personaggio mitico – ma tuttora in vita.

Come B.B., Brigitte Bardot. Che alla soglia degli 80 vive in campagna circondata da centinaia di animali, lontano da contatti umani, quasi misantropa, rugosa e fiera di esserlo, spettinata ma fregandosene felicemente di tutto ciò che succede oltre il proprio orticello.

Vecchia, ma viva.

Mostarda classica

dicembre 5, 2010

Nottetempo mi trovai a discutere con un amico uno di quei temi che pur essendo antichi come il mondo riescono tuttora a scaldare gli animi. Quello della mela, per intenderci.
E’il SIMPOSIO DI PLATONE e dice che in tempi antichi l’uomo era così, come una mela, perfetto. Bastava a se stesso ed era felice.

C’erano tra gli uomini tre generi, quello femminile che aveva origine dalla Terra, quello maschile che aveva origine dal Sole e quello androgino che aveva origine dalla Luna. Questi erano degli esseri perfetti, fieri, forti e vigorosi. Ma erano anche arroganti e vollero tentare la scalata al cielo per combattere gli dèi.
Zeus e gli altri dèi non sapevano che fare, non potevano uccidere tutti gli uomini, decisero così di dividerli per renderli più deboli.
Quando gli essere umani furono tagliati in due, ciascuna delle due parti desiderava ricongiungersi all’altra, desiderando solo di formare nuovamente un solo essere. Praticamente da quel giorno l’uomo ha cominciato a cercare disperatamente la sua metà perchè senza di essa si sentiva incompleto. Ognuno di noi è una frazione dell’essere umano completo originario, per ciascuna persona ne esiste dunque un’altra che le è complementare.
Ed è per questo che siamo sempre alla ricerca continua della nostra metà della mela, non vogliamo essere una mezza anima, ma desideriamo ritornare alla nostra natura originaria, questa ricerca si chiama amore.

Abbiamo concluso la discussione trovandoci d’accordo sul fatto che probabilmente non esiste una metà precisa ma solo degli spicchi che vanno a congiungersi alla nostra metà di volta in volta – in base al momento particolare della vita ed alla persona coinvolta.

Caro Platone, il tuo discorso non fa una grinza. Preciso, filosofico come ci si aspettava da te.

Però.

Però, come in tutte le teorie coniate da individui maschili che credono di aver compreso l’universo femminile in tutta la sua complessità, non è stato considerato un piccolo particolare. Niente di che, solo che

la donna è la metà di una pera!

Il profumo della passione

novembre 24, 2010

…”Un tempo avevo amato molto il suo odore. Lei sapeva sempre di fresco: di appena lavato o di biancheria fresca di bucato o di sudore fresco o d’amore appena fatto. A volte usava del profumo, non so dire quale, e anche la fragranza di quel profumo era più fresca di ogni altra. Tra quegli odori freschi c’era un’altro odore, un odore pesante, oscuro, acre. Spesso io l’annusavo come un animale curioso, cominciavo dal collo e dalle spalle che sapevano di fresco, d’appena lavato, aspiravo tra i seni l’odore di sudore fresco che si mescolava nelle ascelle con l’altro odore, che poi trovavo allo stato quasi puro, pesante e oscuro, attorno alla vita e sul ventre e tra le gambe in una gradazione fruttata che mi eccitava, così fiutavo anche le sue gambe e i suoi piedi, le cosce, dove quell’odore pesante si perdeva, le conche dei ginocchi con ancora un leggero odore di sudore fresco, e i piedi che sapevano di sapone e di cuoioo di stanchezza…”

(Bernhard Schlink – A voce alta)

Probabilmente la più bella dichiarazione d’amore che abbia mai letto. Non aggiungo altro, ogni parola sarebbe superflua.

Col bicchiere mezzo pieno

novembre 17, 2010

Da qualche giorno ho un bicchiere recante l’effige di un personaggio che ha giocato un ruolo molto importante nel mio sviluppo psicofisico, nella mia formazione intellettuale, nella ricerca del mio vero io. Nel mio diventare grande, insomma.

Barbabo.

Barbabo (in italiano si chiama Barbabarba me per me è e resterà sempre Barbabo visto che l’ho conosciuto che parlava tedesco) è un componente della famiglia dei Barbapapa. Quello nero e peloso, per intenderci.

Quello che lo guardi, poi osservi Barbamamma e Barbapapà, poi lo riguardi, studi attentamente i suoi fratelli, lo rimiri e poi ti chiedi:

“Cazzo c’entra questo con il resto della famiglia?”

In effetti la differenza è lampante: mentre tutti gli altri sono delle lisce pere dai colori pastello – le femminucce addirittura con il bitorzolo cerebrale contornato da corolle di fiori primaverili – lui è l’unico nero e peloso.

Peloso e nero, capite? In mezzo a tanta perfezione, a tanta armonia nelle forme e nei colori spunta lui, essere autoctono dall’indole artistica, dalle idee rivoluzionarie, quasi un leoncavallino nel perfetto mondo dei Barbapapa.

Barbabo non è solo esterioramente diverso. La sua diversità si manifesta pure nella sua indole, nel suo essere totalmente diverso dal resto dei suoi simili.

Barbabo se ne sta sempre un po’ in disparte e mentre tutta l’allegra famiglia dei Barbapapa si entusiasma per la nascita di un piccolo di Daubentonia madagascariensis la cui madre è stata naturalmente appena da loro salvata dalle sgrinfie di bracconieri senza cuore, lui guarda oltre – oltre i particolari, pronto a captare l’insieme delle cose, l’armonia dell’universo che lo circonda – sensazioni che non esita a trasferire subito su tela. Infatti lui è l’artista della famiglia colui che ad una vita dai colori tenui avrebbe preferito vivere contornato da colori violenti, come in un dipinto di Klimt, Kandinsky o Kahlo.

Standosene sempre un po’ in disparte rispetto al resto del gruppo, osservando le cose “da fuori” è in grado di dare un significato obiettivo alle cose, tralasciando convenievoli e non facendosi influenzare più di tanto dai sentimenti che lo legano agli altri (in fondo lui è un solitario, capace di amare ma altresì capace di vivere la propria vita in autonomia).

Barbabo non partecipa alle annose discussioni su quando la farfalla spiegherà le sue ali e di che colore saranno. Lui attende paziente e quando finalmente arriva il momento giusto lui ne coglie la magia, non cerca di catturarla per analizzarla ma la lascia andare, augurandole una vita di libertà.

Barbabo ha capito fin da subito di essere diverso dagli altri, di non riuscire mai ad inserirsi perfettamente nel contesto che lo circonda, che il suo sentirsi fuori luogo non sarebbe stata una sensazione transitoria ma uno stato continuo. Eppure Barbabo dopo l’iniziale naturale disorientamento è riuscito a farsene una ragione ed a vivere la sua vita di diverso con leggerezza, non lasciandosi inscatolare in nessun schema, fregandosene di stereotipi, clichè, prototipi ed esempi da seguire.

E Barbabo è felice così.

(A tutti i Barbabo del mondo)

Con le mani in pasta

novembre 5, 2010

(Finalmente un post serio)

Tra gli alimenti più importanti per l’alimentazione dell’uomo vi è sicuramente il pane. Farlo in casa è semplice ed il profumo che pervaderà la casa mentre cuoce in forno vi ripagherà della fatica (minima) della preparazione.

Per le dosi esatte degli ingredienti bisognerebbe fidarsi del proprio intuito, lasciarsi guidare dall’atavica esperienza della panificazione nonché dal piacere che sta nella preparazione.

Bastano farina, lievito, acqua, sale ed olio. Più si impasta meglio è, la lievitazione avviene in una ciotola coperta da un canovaccio pulito sistemata in un posto caldo. Quando l’impasto è ben lievitato dategli la forma che preferite e poi infornatelo a 220 gradi insieme ad una ciotola d’acqua che evaporando donerà la giusta umidità alla vostra pagnotta. Basterà battere sulla crosta del pane per capire quando è cotto.

Mangiatelo insieme a chi vi sta a cuore, credetemi, è un’esperienza unica e molto intima.

A tal proposito vi posto uno scritto (da chi e per chi non ci è dato saperlo) che ci confermano come il cibo e la passione vadano a braccetto.

 

 

E mentre impasto il pane

il profumo acre del lievito

mi sale nelle narici

e mi sovviene

l’odore del tuo sudore

che mi bagna il ventre.

Intanto le mani

affondano nel morbido impasto

e carezzandolo

il mio pensiero

vola a te

e allora mordo

assaggio

inghiotto

e mi gusto

la sensazione della calda carezza

che mi penetra.

Piccoli particolari

novembre 1, 2010

Nei giorni dei morti, delle streghe e dei spauracchi vari torna pure la Mangrovie, terrore di ogni letterato, professore di grammatica/ortografia/sintassi nonché dei ben pensati. Mangrovie la quale non era caduta vittima di un’improvviso ad improbabile ripensamento culturale che magari le avrebbe saggiamente suggerito di darsi alla pittura di paesaggi con l’acquarello o magari al crochet ma più semplicemente è dovuta soccombere (e tuttora soccombe) ad un lungo e snervante trasloco che l’ha portata a sconnettersi prima e riconnettersi poi – dopo mille difficoltà e due mesi di assenza cibernetica.

Insomma, la Mangrovie trasloca e decide che – visto che le ore passat davanti al pc le stanno rubando un sacco di tempo prezioso in cui avrebbe potuto o potrebbe fare cose molto più piacevoli e creative – nella nuova casa non installerà più nessun pc. Grandiosi – nonché nobili – intenti. Infatti! Talmente nobili da non far parte del bagaglio genetico di questa terrena donna che dopo due mesi in cui ha potuto assaporare il suo prezioso tempo libero ha avuto la conferma di ciò che forse intrinsecamente già sapeva: che di tutto questo prezioso tempo libero non sapeva cosa farsene.

Allora Mangrovie ha dato fondo alle sue finanze, ai suoi duramente guadagnati quattr….

Un momento, il compagno mi interrompe chiedendomi un po’ di sincerità riguardo a come ho reperito i fondi necessari all’acquisto del laptop il quale mi ha permesso di uscire dal mio piccolo mondo per riconnettermi con il grande world wide web.

Ammetto, non ho seguito i soliti onesti e corretti cannoni . D’altronde l’acquisto di una nuova casa non è il momento migliore per sperperare ulteriori quattrini in diavolerie tecnologiche ma ormai ero arrivata ai tipici sintomi di astinenza tecnologica quali tosse cavernosa, naso rosso, aumento della secrezione di muco nasale, naso rosso e screpolato. Certo, gli altri facevano presto a dirmi che si trattava di un semplice raffreddore, io l’avevo capito che invece si trattava di qualcosa di più serio. Anche perché non riuscivo più a liberarmi del già più volte citato nugolo di parole e pensieri che mi intasano i neuroni già pesantemente compromessi, perciò la soluzione era solo una: bypassare il problema del vecchio pc inscatolato e depositato non si sa bene dove con un nuovo e fiammante laptop.

“Si, va bene, racconto del raggiro” (al compagno che insiste sulla versione corretta dei fatti!)

Allora, nella nuova casa bisognava demolire un muro per poi ricostruirlo da un’altra parte (idea mia, ndr). Il compagno insisteva che il lavoro fosso svolto da dei muratori che ci avevano pure fatto un preventivo orrendamente alto. “Eh no, caro mio, bisogna risparmiare, il lavoro ce lo facciamo noi (sottinteso ma non captato: lo fai tu con qualche tuo amico di buona volontà). E dai e dai convinco il compagno a demolire il muro a mazzuolate e di ricostruirlo faticosamente pochi metri più in la.

Dopo giorni di duro lavoro, di mattoni, di malta e di cazzuola, di parolaccie (sue!), di dolori alla schiena (sua!), di polvere e detriti, il muro era al suo posto (ormai denominato “muro del pianto”) ed i soldi in banca invece che nelle tasche degli operai. Per poco. Perché li ho subito investiti in questo pc. Quando sono tornata a casa con la scatola sottobraccio, il compagno (con occhio stanco e palpebra cadente dovute a dure settimane di doppio lavoro) mi ha lanciato uno sguardo incuriosito accompagnato dalla temuta domanda:

“Ma non dovevamo risparmiare?”

A quanto pare mi ero scordata di un piccolo particolare, di dirgli che dovevamo risparmiare per il mio pc.

Piccoli particolari che però riescono a provocare grandi cazzuolate.

E via-andare!

luglio 14, 2010

Impressioni - Renon luglio 2010

Camminando su per il Renon, in mezzo ad una foresta incantata e circondata da animali accaldati (come me!) ho avuto la conferma di ciò che da tempo sospettavamo: dove pare non esserci traccia di  civiltà, gli americani sono già arrivati da mò (ed hanno pure già sbaraccato!) : pacchetti di Marlboro e lattine di Coca Cola abbandonate in mezzo al bosco!

Un momento, torniamo indietro, che ci fa la Mangrovie in mezzo ai boschi in una calda giornata di metà luglio poco prima di mezzogiorno con 37 ardenti gradi di calura?

Dovete sapere che la Mangrovie è un po’ il Forrest Gump de noiantri: ogni tot le prudono i polpacci, vibrano i legamenti, le fremono i talloni ed allora zaino in spalla, scarponi ai piedi si parte verso mete non troppo precise con una sola condizione: arrivare prima del buio, grazie (non mi capacito del fatto che ho paura del buio ma è così e perciò mi adeguo ad un ulteriore mia fobia).

Questa volta è toccato al Renon, ridente montagna che sovrasta l’ardente conca di Bolzano (che tra l’altro vista dall’alto è veramente brutta: grigia, coperta da una nebulosa a sua volta grigiastra). Dai 262 m.s.l.m. di Bolzano ai 1220 di Soprabolzano mi dividevano solo una lunga salita, niente di straordinario, non fosse che mi ero svegliata tardi e di conseguenza non sono partita proprio all’alba. Infatti non ho incontrato nessuno. Sola. A parte qualche scoiattolo e molte lucertole. Serpenti non so, di solito tengo lo sguardo rivolto verso l’alto, alla spasmodica ricerca dei segnali bianco-rossi che l’Alpenverein, forse perché occupati a spiegare al mondo intero ed a loro stessi il perché della loro scellerata scelta di sostituire i cartelli segnaletici bilingui con cartelli in sola lingua tedesca, sta parecchio trascurando visto che molte biforcazioni ne sono sprovviste oppure talmente sbiaditi che si fa fatica a scorgerli sul rosso della roccia porfidica sottostante. Un po’ per intuito, un po’ perché secondo la legge della fisica camminando in su si arriva in alto, sono riuscita a tenere il sentiero corretto, non ho incontrato lupi ne altri personaggi fiabeschi. In compenso parecchie postazioni per cacciatori il che mi ha riportato in mente un’altra delle mie fobie: la paura di fare la fine del cinghiale e cioè di incontrare un cacciatore particolarmente rimbambito che vedendo qualcosa di invertebrato muoversi tra i cespugli spari prima di ulteriori accertamenti. Per tale  motivo qualche anno fa, quando in occasione di una svendita presso un negozio di abbigliamento da montagna mi ricoprì a puntino con pantaloni alla zuava, maglietta, giacca non-sudo-non-mi-bagno-non-riuscirò-mai-più-a-ripiegarla-per-riporrla-nel-suo-taschino-tattico e gaia feci il mio defilé davanti alla famiglia, il compagno (saccente delle mie numerose fobie) disse: “Belle queste tonalità “natural” – secondo me ti mimetizzi proprio bene in mezzo alla natura…ed ai cinghiali!”. Ovviamente mi affrettai a cambiare tonalità ed uscì dal negozio con pantaloni rosa, maglietta pink e giacca rosso-Ferrari (ora più che una cinghiala sembro Miss Piggy …speriamo di non beccare un cacciato nostalgico del Muppets-Show!) – mise che indosso tuttora e che quel giorno grondava di sudore.

Il camminare sotto l’ardente sole di luglio ha però anche i suoi vantaggi: cespugli colmi di lamponi, distese di fragoline di bosco, panchine tutte vuote, niente salutare continuamente altri viandanti.

Insomma, quando tutti si affannano intorno al Catinaccio, si arrampicano sulle Dolomiti, osano dove nemmeno le aquile e si arrabbiano perché non trovano un posto a sedere nelle malghe strapiene l’andare controcorrente ha i suoi perché. Provare per credere!

Signato

Semaforo arancione

giugno 25, 2010

Oggi al semaforo sono stata adescata da Giorgio.

Giorgio ha circa ed al massimo 25 anni, alto, snello e con un bellissimo sorriso.

Giorgio porta i capelli cortissimi ed ha due occhi scuri che spiccano tra la goccia dorata che gli decora la fronte.

Giorgio è vestito d’arancione e sottobraccio ha due libri con la copertina dai colori sgargianti portanti il titolo “Hari Krisna – La luce della verità”.

Giorgio dopo essersi presentato voleva donarmi uno di codesti libri per farmi scoprire – parole sue – il modo per “non arrabbiarmi mai più!”.

Tutto questo sotto il sole cocente di mezzogiorno in attesa del verde ad una delle strade più trafficate e puzzolenti di questa città. Con – aggiungo – una borsa della spesa piena della verdura di Oscar che mi faceva pericolosamente virare verso destra, una figlia che si aggrappava a me seduta sul portapacchi posteriore lagnandosi che stava perdendo le ciabattine, l’altra che non essendosi accorta che mi ero fermata perché con lo sguardo continuamente rivolto verso orizzonti a me ignoti continuava serafica la sua pedalata nella direzione sbagliata. Intanto il compagno mi avvisava telefonicamente che sarebbe tornato per pranzo e cioè entro pochi minuti. Aggiungo che soccombevo ancora ai postumi della “Bière du demon” della sera prima…

Giorgio mi guardava con quell’espressione beata che hanno solo le persone in pace con se stesse ed il mondo oppure quelle che si sono appena riappacificate con il loro pusher di fiducia.

“Sai una cosa” gli ho detto “io di solito mi arrabbio raramente. Però – ovviamente sempre nel momento sbagliato – a volte mi capita che mi incazzo come una belva, ma non è colpa mia, è che mi trovo spesso la strada costellata di deficienti e perciò – specialmente nel periodo della SPM (e qui vi voglio!) mi capita, si, che mi incazzo. Però come ti dicevo non è indole, è sfortuna, è la vita che ti mette continuamente alla prova facendoti trovare le persone sbagliate al momento sbagliato e poi, tra lavoro, famiglia, impegni vari, mutuo da pagare, spesa da fare, cellulite da combattere uno già è oberato di suo, mettici un po’ di nervosismo, un po’ di scombussolamento ormonale, magari anche un po’ di frustrazione che patatrac i nervi saltano, la voce si alza, dici cose che non vorresti dire…”

Giorgio intanto mi guardava, il suo sorriso stava virando verso il basso, la sguardo mi pareva già un po’ meno luminoso…

“Sai una cosa, Giorgio? Io quasi quasi mollo tutto e vengo via con te, eh? Immagino che voi invece state proprio bene, tranquilli, senza pensieri negativi per la testa. Magari sulla dieta potremmo metterci d’accordo, troppo stretta no, altrimenti mi innervosisco di nuovo. Però mi pare che voi dal punto di vista affettivo siate meno complicati di noi comuni atei, cristiani o che altro – nel senso che mi pare di ricordare che un mio vecchio amico che era entrato nelle vostre fila molti anni fa mi raccontò che c’era una certa libertà nei costumi. Benissimo, mi piace questo stare insieme liberamente. E poi, dimmi la verità Giorgio, nel vostro orticello coltivate pure qualche erbetta che vi dona quel sorriso, quello sguardo, eh?

Giorgio ora non sorrideva più, il suo sguardo si spostò verso destra e si illuminò nuovamente:

“E’scattato il verde!” mi disse, e riprendendosi il suo libro dai colori psicadelici si allontanò velocemente.

Probabilmente l’idea di condividere i suoi spazi con una squilibrata logorroica di mezza età non entrava nei canoni del pensiero Hari-Krisniano.

Peccato, mi ero già abituata all’idea di una vita più “easy”. E poi l’arancione mi dona pure. Per non parlare delle vesti fluenti che nascondono le rotondità…

Giorgioooooooooooooooooooooooooo! Arrivo!!!!!

Balli e calli

giugno 20, 2010

“Io non so se Dio esiste, ma se non esiste ci fa una figura migliore.”

(Galles a un cliente, aprile 1984 – Stafano Benni “Baol”)

“Cumadibendaija cumadibendaja nobacuridnidà, getinrendola getirendola acusimibà. Singing aia, singinging aia sing…”

(‘na canzone Afro di cui non so nemmeno il titolo figurarsi darvi informazioni più precise!)

A prescindere dal fatto che non ho mai capito in che lingua viene cantato l’Afro non ho mai visto un immagine di questi ignoti cantori di cui non si sa nulla se non che riescono a sillabare un numero imprecisabile di dittonghi in una lingua incomprensibile ad una velocità che nemmeno Irvine dopo anni di rapide comunicazioni ai box ci riuscirebbe.

Perché stanotte, mentre ballavo a ritmi Afro e mi dimenavo come un vecchio cobra stanco, cercavo di decifrare e decriptare cosa stava uscendo dai grossi box che mi facevano vibrare i timpani in modo preoccupante.

Che ci posso fare se a me mi piace ballare l’Afro? Lo so, è un vizio, un fardello, una piccola trasgressione che mi porto dietro da quando ero ancora un impubere e leggiadra ragazzina. Ora che non sono più ne uno ne l’altro mi ritrovo a ballare in mezzo a una miriade di giovani che invece lo sono, eccome! Ma nonostante la figura da zia che ci faccio non demordo, stringo i denti, tiro in dentro la pancia e con fare stoico cerco di soprassedere a queste piccole differenze. Anche perché sono in macchina con una delle compagne del Teroldego e perciò mi tocca starmene li finchè lei si stanca, altrimenti come ci torno, a casa? E’inutile negarlo, con quelle squinternate si finisce sempre così:  a notte fonda in qualche buco sotterraneo in mezzo a ragazzini in piena fase ormo-alcolic-romantica che per grazia ricevuta sono talmente presi da loro stessi che non si chiedono nemmeno: “Ma che ci fanno ‘ste tre carampane qui dentro?”

Io invece me lo chiedevo, eccome. Anche perché in questi frangenti ti cadono addosso tutti gli anni che in altri momenti non ti sembrano poi tanti. Anche perché ti salgono a galla ricordi riposti in qualche angolo di qualche lobo cerebrale e – vuoi o non vuoi – ti prende una certa nostalgia per i tempi che furono e che non saranno mai più. Aggiungiamoci pure il pensiero che tra non molti anni tra le ragazzine che si dimenano in abiti succinti e con l’immancabile Cuba Libre in mano probabilmente ci sarà pure mia figlia…insomma, ballare l’Afro non ha più quella valenza quasi mistica, non è più quel trip spirituale che ebbe e fu. Forse anche perché non ci sono più i presupposti che ci furono allora (e qui presupposto sta per Pusher), forse perché è proprio vero che l’adolescenza è accompagnata da una spensieratezza che non avrai mai più, forse perché ad ogni saltello più verace balli non solo tu ma anche parti del tuo corpo che allora stavano al loro posto senza tremolamenti alcuni, forse perché ad una certa ora senti le gambe pesanti e il solito callo che si fa sentire perché costretto nelle scarpe da troppe ore…fatto sta che nulla è più come era, pur immergendomi completamente nella musica e cercando di farmi trascinare dai ritmi coinvolgenti c’era sempre qualcosa a ricordarmi che no, non è più la stessa cosa.

Per fortuna che noi quattro forzate dell’Afro siamo dotate di una grossa dose di auto ironia che ci evita depressioni tardive e ripensamenti inutili. Infatti uscendo dal locale uno dei buttafuori (tra l’altro le uniche persone sopra i vent’anni!) ci chiede:

“Andate già via?” (già sta per le 01.30 di un sabato notte freddo e tempestoso!)

e noi:

“Seeee, andiamo a prendere la pastiglia per la pressione!”

“…il diuretico per sgonfiarci le gambe!”

E giù a ridere come pazze, in barba alla pioggia battente, alle gambe doloranti, alle battute amare  ed alle rivelazioni non gradite.