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Col bicchiere mezzo pieno

novembre 17, 2010

Da qualche giorno ho un bicchiere recante l’effige di un personaggio che ha giocato un ruolo molto importante nel mio sviluppo psicofisico, nella mia formazione intellettuale, nella ricerca del mio vero io. Nel mio diventare grande, insomma.

Barbabo.

Barbabo (in italiano si chiama Barbabarba me per me è e resterà sempre Barbabo visto che l’ho conosciuto che parlava tedesco) è un componente della famiglia dei Barbapapa. Quello nero e peloso, per intenderci.

Quello che lo guardi, poi osservi Barbamamma e Barbapapà, poi lo riguardi, studi attentamente i suoi fratelli, lo rimiri e poi ti chiedi:

“Cazzo c’entra questo con il resto della famiglia?”

In effetti la differenza è lampante: mentre tutti gli altri sono delle lisce pere dai colori pastello – le femminucce addirittura con il bitorzolo cerebrale contornato da corolle di fiori primaverili – lui è l’unico nero e peloso.

Peloso e nero, capite? In mezzo a tanta perfezione, a tanta armonia nelle forme e nei colori spunta lui, essere autoctono dall’indole artistica, dalle idee rivoluzionarie, quasi un leoncavallino nel perfetto mondo dei Barbapapa.

Barbabo non è solo esterioramente diverso. La sua diversità si manifesta pure nella sua indole, nel suo essere totalmente diverso dal resto dei suoi simili.

Barbabo se ne sta sempre un po’ in disparte e mentre tutta l’allegra famiglia dei Barbapapa si entusiasma per la nascita di un piccolo di Daubentonia madagascariensis la cui madre è stata naturalmente appena da loro salvata dalle sgrinfie di bracconieri senza cuore, lui guarda oltre – oltre i particolari, pronto a captare l’insieme delle cose, l’armonia dell’universo che lo circonda – sensazioni che non esita a trasferire subito su tela. Infatti lui è l’artista della famiglia colui che ad una vita dai colori tenui avrebbe preferito vivere contornato da colori violenti, come in un dipinto di Klimt, Kandinsky o Kahlo.

Standosene sempre un po’ in disparte rispetto al resto del gruppo, osservando le cose “da fuori” è in grado di dare un significato obiettivo alle cose, tralasciando convenievoli e non facendosi influenzare più di tanto dai sentimenti che lo legano agli altri (in fondo lui è un solitario, capace di amare ma altresì capace di vivere la propria vita in autonomia).

Barbabo non partecipa alle annose discussioni su quando la farfalla spiegherà le sue ali e di che colore saranno. Lui attende paziente e quando finalmente arriva il momento giusto lui ne coglie la magia, non cerca di catturarla per analizzarla ma la lascia andare, augurandole una vita di libertà.

Barbabo ha capito fin da subito di essere diverso dagli altri, di non riuscire mai ad inserirsi perfettamente nel contesto che lo circonda, che il suo sentirsi fuori luogo non sarebbe stata una sensazione transitoria ma uno stato continuo. Eppure Barbabo dopo l’iniziale naturale disorientamento è riuscito a farsene una ragione ed a vivere la sua vita di diverso con leggerezza, non lasciandosi inscatolare in nessun schema, fregandosene di stereotipi, clichè, prototipi ed esempi da seguire.

E Barbabo è felice così.

(A tutti i Barbabo del mondo)

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