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Quello che le donne non vogliono

marzo 7, 2011

 

1. Ne sommi poeti ne poetici somari

 

Iniziamo subito da un tema a me caro: L’amore sarà anche cieco ma la donna ci sente benissimo – anche quando è stracotta. Sente soprattutto gli strafalcioni linguistici   e –  leggendo – nota gli errori di sintassi, le povertà linguistiche, la fonologia distorta nonché la metrica asimmetrica, le lettere mancanti, gli accenti ballerini, la punteggiatura inesistente, la declinazione errata nonché la grammatica inventata, per non parlare dell’uso – non in uso – dell’imperfetto.

Ecco perché quando qualche tempo fa ricevetti questo sms mi si rizzarono i peli scampati alla depilazione: iniziava piacevolmente poeticamente ma quando stavo per sciogliermi e scaldarmi – ecco la doccia fredda:

“…o voglia di rivederti…”

O!

Avete capito? Uno magari si scervella per metà mattinata per scrivere un messaggio che faccia colpo, che non sia troppo invadente ne troppo superficiale, che intrighi e coinvolga il destinatario e poi mi casca sull’ “o”. Nel dubbio avrebbe potuto usare un più elegante “avrei”. Invece no, “o”! Tutto può la donna, ma non sorvolare sopra un errore così elementare, una nozione scolastica della prima ora.

Ovviamente non ò risposto!

Parla come mangi

febbraio 1, 2010

… Nun è pe’ fà er fanatico romano;
però de fronte a ‘sto campà d’inedia,
mejo morì co’ la forchetta in mano!

(da “La dieta” di A. Fabrizi)

Ciò che all’Accademia della Crusca – l’istituto nazionale per la salvaguardia e lo studio della lingua italiana – in oltre 500 anni di attività non è riuscito – e cioè insegnarci a parlare e scrivere l’italiano in modo corretto – i media sono stati capaci di fare in pochi anni: cambiare il nostro modo di esprimerci, non dico in meglio ma sicuramente in modo molto diverso da come ci era stato insegnato da genitori, insegnanti, amici ed altre autorevoli fonti.

Confesso, faccio pubblica ammenda: come mi viene spesso fatto notare io stessa non sono altro che fonte inesauribile di errori di grammatica, sintassi, ortografia e mettiamoci pure di punteggiature, spesso sparse a vanvera. Ma ho (come sempre) la scusa pronta: nata e cresciuta in famiglia bilingue, frequentatrice di asilo italiano prima e scuola tedesca poi, frequentatrice di persone italiane, tedesche, ladine e cittadini del mondo in generale, più che dall’Accademia della Crusca sembro uscita da quella della biada.

Però tra tanti idiomi e tanta confusione una cosa mi è chiara: vogliamo tornare a chiamare le cose per nome?!

Già appena svegli, la mattina, è tutto un “pot-pourri” di lingue. Per colazione cosa c’è di meglio del pane fresco con la marmellata? Vado in un panificio ed ordino una ciabatta oppure uno di quei bastoni di pane lunghi.

Quale vuole? La baguette?

Uff.

Marmellata? Quale? “Jam” oppure la “confiture”?

Damme la Nutella, va!

Per andare a lavorare vorrei affidare i figli alla bambinaia, invece mi ritrovo la baby sitter.

Finito il lavoro non mi trovo più per l’aperitivo – si fa l’happy hour, anche se a fine giornata più che “happy” ti senti stravolta.

E ti va bene che non sei invitata ad un “brunch”, altrimenti ti toccava acconciarti in modo “trendy “ ed essere “up to date”.

Ultimamente poi, leggendo i giornali, è tutto un girare intorno alle parole. Prendiamo per esempio il cosiddetto “mestiere più antico del mondo”. No! Guai a dire prostituta oppure puttana! Sacrilegio! Ormai si dice “escort”, dal verbo inglese “to escort” che sta per “accompagnare”. Perché le signorine ormai non solo te la danno ma te l’accompagnano ad un conto salatissimo. E colui che va a cercare qualcuna alla quale accompagnarsi (oppure come si diceva fino a poco tempo fa, il puttaniere) ora si chiama “utilizzatore finale”. Stesso status dell’acquirente dei bastoncini Findus.

Mah.

O forse siamo coerenti e non ce ne siamo ancora accorti, nel senso che in effetti parliamo come mangiamo: in modo disordinato e confuso,  influenzati da altre culture, quasi globalizzati, ma grammaticalmente anoressici e linguisticamente bulimici – al passo coi tempi, insomma.

Sarà, ma sia a tavola che per strada mi mancano un po’ i tempi in cui capivi cosa mettevi in bocca.