Post post-referendum

Novembre 4, 2009 di mangrovie

 

alberto sordi

E dai! Volevate mica che Mangrovie accettava l’esito del referendum così, senza commento alcuno?

Sinceramente ci stavo quasi riuscendo, mi ero quasi decisa a pubblicare finalmente il post su Rocco, ovviamente un post hard, ma poi le odierne vicende mattutine mi hanno fatto cambiare idea in modo repentino.

E ora dico la mia!

Insomma, stamattina passavo nelle vicinanze di piazza Walter quando sento quella cantilena marziale che indica un movimento di truppa – suono che mi ha in qualche modo sempre inquietato ma che negli ultimi anni mi fa addirittura rabbrividire.

Insomma, sento una voce che impartisce ordini, un rumore di anfibi in marcia, odo partire la fanfara e subito dopo cantare:

Fratelli, d’Italia

L’Italia s’è desta..

Eeeeeeeeeeeeh????? L’Italia, cioè il popolo italico, cioè il cittadino italiano si è finalmente destato dal suo torpore?

Ora?

Ora che il referendum è sorpassato, bocciato proprio per colpa dell’italica astensione – dovuta, così dicono, alle parole del Landeshauptmann Durnwalder (azzeccattissimo il nomignolo “Rottweiler” affibbiatogli da Beppe Grillo durante il suo discorso la sera antecedente il referendum) che in un improvviso impeto di affetto nei loro confronti svelava loro che un’eventuale vincita del SI avrebbe messo in ginocchio la loro esistenza nonché identità?

Una grossa fetta dei cittadini di madrelingua italiana di questa provincia, coloro che per 364 giorni all’anno si lamentano che si sentono cittadini di serie B, stranieri in terra natale, svantaggiati, inascoltati, repressi, e chissà cos’altro – e tutto ciò grazie al partito di maggioranza nostrano, l’SVP appunto, che regna sovrana – il giorno prima del referendum ha miracolosamente creduto alle parole di colui che gli altri giorno dell’anno è colpevole di tutti i loro guai ed il giorno del referendum non si è presentata alle urne.

Per poi poter riprendere a piangere il giorno dopo, perché qui comandano i tedeschi, decidono loro, spendono i soldi di Roma come cavolo piace loro, bla bla bla.

Bè, cari italiani, vi parlo dalla mia terra di mezzo, come sapete sono un potpourri linguistico e perciò non mi si può accusare di razzismo quando dico:

Cazzi vostri, se proprio volevate destarvi avete perso il treno, continuate a dormire.

La democrazia resterà una parola che si, abbiamo sentito nominare ma no, non sappiamo applicarla.

Demo…che???

Che città del caco!

Ottobre 30, 2009 di mangrovie

Gigi, visto che abbiamo aperto un canale per comunicare ti volevo lanciare un appello:

Tranquillo, niente a che vedere con il Virgolo, non voglio provocarti sudori ed orticaria con quella pegola che ti porta notti insonni ed incubi ricorrenti, questa volta si tratta (ancora) dello stato deplorevole in cui versano le ciclabili di questa città, città dell’arco alpino 2009 – infatti le ciclabili ricordano parecchio gli sterrati percorsi dalle campagnole della forestale.

No, non parlo a vanvera, ho tanto di prove inconfutabili e scientificamente supportate da test validi nonché testi credibilissimi.

La prova del caco.

Ti anticipo subito che Bolzano ha fallito miseramente nella prova. Bocciati, per dirla in parole a noi care: segati – e su tutta la linea!

Approfondisco lo svolgimento del test:

Data, luogo ed ora: Bolzano/Bozen, venerdì 23 ottobre 2009 ore 09.00 circa

Oggetto della prova: un caco di media maturazione, non troppo mollo ma nemmeno di “quei che lega”

caco

A real "caco tyrolensis" before the test

Testimone: tale O.F. che per proteggere da tentativi di corruzione nonché di inquinamento delle prove godrà del più stretto anonimato

 

Per farla corta ho comperato il caco, l’ho dolcemente posato nel suo bel contenitore ergonomico, poi ho adagiato il tutto nel cestino della bicicletta. Da piazza Municipio al florido quartiere di Aslago ho percorso quasi esclusivamente le ciclabili cittadine, fiore all’occhiello della nostra città.

 

Ebbene, ecco il risultato dopo nemmeno 2 km di percorso:

caco

 

Aggiungo che non ho fatto gimkane ne salti mortali e nemmeno guadato l’Isarco. Solo ciclabile, con i suoi buchi, salti, scalini, tombini, attraversamenti stradali con dislivello di almeno  4-5 cm.

 

Gigi! Mangrovie, il caco nonché tutti i sofferenti di emorroidi e dolori reumatici ringraziano!

E non dimentichiamo che c’è chi giornalmente, per raccogliere tale prelibatezza, mette a repentaglio la propria vita!!

Ci mancavano pure gli UFO!!

Ottobre 22, 2009 di mangrovie

ufo-trindade-brazil-1958

“Extraterrestre portami via
voglio una stella che sia tutta mia
extraterrestre vienimi a pigliare
voglio un pianeta su cui ricominciare!”

(Eugenio Finardi – 1978)

E’di questi giorni la notizia di un ulteriore avvistamento di UFO nella zona di Bolzano, più precisamente sopra l’aeroporto di Bolzano/Bozen.

Accidenti, questa non ci voleva!

Come se gli oggetti volanti non identificati ne giustificati che giornalmente sorvolano e planano sopra le nostre teste (vedi voli non comprensibili ne usufruibili ne in qualità di destinazioni che in qualità di tariffe per la maggior parte della popolazione), voli che fanno comodo solo a politici e imprenditori non certo a noi comuni viaggiatori che se proprio proprio dobbiamo prendere un aereo di solito scegliamo destinazioni che non siano proprio Roma o Vienna.

Dicevo, come se questi non bastassero, ora ci si mettono pure gli UFO. Un periodo miglior non potevano sceglierlo, eh? Proprio adesso che è in ballo il Referendum provinciale che ci da finalmente voce in capitolo per poter dire: “No, noi non vogliamo più finanziare questo aeroporto illogico, inquinante e costoso con i nostri soldi!”

Referendum già ostacolato dal partito di maggioranza sudtirolese il quale prima ha affermato “no, non andate a votare” per poi ritrattare con un più democratico “andate pure a votare, se poi però avremo metà flotta aerea della Nato che farà scalo qui non lamentatevi con noi!”, ostacolato dai maggiori imprenditori della patria e non per ultimo dal nostro orgoglio locale, il re degli 8000 nonché dell’acqua minerale in bottiglia di plastica: Reinhold Messner. Il quale ha improvvisamente messo in luce il suo spirito di protezione verso il gruppo linguistico italiano il quale – andando a votare – metterebbe a rischio la proprio esistenza. Detto da uno che ancor oggi sostiene di aver visto lo Yeti…

Insomma, sia i promotori che noi sostenitori abbiamo fatto fatica a promuovere l’informazione intorno al referendum, come se non bastassero i bastoni messi tra le ruote ora scendono in  campo pure gli extraterrestri.

Eh si, perché ora le regole cambiano. Non possiamo più dire che noi non abbiamo bisogno di un aeroporto.

Insomma, siamo o non siamo una terra ospitale (cartelli segnaletici monolingui a parte – se riesce ad orientarsi senza cadere in un crepaccio il turista qui da noi vale oro!)?

E allora, vuoi che non diamo agli UFO la remota possibilità di un confortevole atterraggio con saluto ufficiale con regolare banda in abito tradizionale e consegna di cesto con prodotti con il marchio SÜDTIROL?

Cari UFO, un consiglio: se proprio proprio volete mettervi in contatto con l’umanità scegliete almeno una regione limitrofe, che ne so io, il Trentino oppure l’Austria, anzi, meglio ancora la Svizzera! Perché qui da noi sarete anche benvenuti (se riuscirete a dimostrare di essere perfettamente bilingui, si intende!) – non aspettatevi però il permesso di soggiorno, tutt’al più un visto turistico – ma già contiamo poco noi che qui ci viviamo da anni, decenni, generazioni, figuriamoci voi che venite da fuori, magari parlando di democrazia e partecipazione, magari non portando nemmeno valuta estera appetibile e sicuramente rifiutando di proseguire il vostro viaggio su un comodo e semideserto volo per Roma in Business class!

Impronte che lasciano il segno.

Ottobre 14, 2009 di mangrovie

images

Il nostro passaggio sulla terra lascia diversi tipi di impronte.

Ultimamente si sente parlare molto di quella “ecologica”: Ognuno di noi ha un determinato “peso” sulla Terra. Questo peso viene anche detto impronta ecologica. L’impronta ecologica è un metodo di misurazione che indica quanto territorio biologicamente produttivo viene utilizzato da un individuo, una famiglia, una città, una regione, un paese o dall’intera umanità per produrre le risorse che consuma e per assorbire i rifiuti che genera.

Ma ci sono molti altri tipi di impronte che lasciamo nel corso della nostra vita: da quelle più romantiche impresse sul bagnasciuga e subito spazzate via da un onda a quelle indelebili che lasciamo nel cuore o nella mente di chi incontriamo e amiamo nel corso della vita.

Vi voglio però raccontare di un altro tipo di impronta, quella che ti frega, ti consegna al nemico, ti mette alla gogna e ti fa fare una magra figura.

Qualche giorno fa, complice la pioggia, un passaggio in auto e le mani di tre bambine che decoravano i finestrini appannati con disegni e scritte,  mi è tornata in mente una storia capitata ad una vecchia amica che qui non voglio nominare per intero – chiamiamola V. e basta – parecchi anni fa.

V. era una donzella gaia e frivola, nel fiore degli anni la quale dopo varie vicissitudini sentimentali conosceva un bravo ragazzo e decideva di terminare il suo vagabondare sentimentale, di concedersi una meritata pausa in quel tour d’amour che aveva caratterizzato i suoi ultimi anni. Per un periodo andò tutto bene, come in tutte le storie a lieto fine che si rispettino, anche l’amica V. visse periodi di folle amore e romanticismo allo stato puro. Ma l’indole era quel che era e dopo un po’ di tempo una strana irrequietezza si fece viva nell’animo di V., lei cercava di combatterla con tutte le sue forze, di resistere alla tentazione, di non cedere, ma alla fine il suo vero ego ebbe la meglio su di lei e la carne si rivelò per quel che era: debole, anzi debolissima.

Fin li tutto bene, il peccato era stato compiuto, il pas-faux era capitato, ma come si dice dalle mie parti: “Wos i net woas,  mocht mi net hoas” ovvero “occhio non vede…”.

Eeeeeeh, brava V., credevi tu che niente e nessuno poteva tradire il tuo segreto, che questo sarebbe per sempre stato al sicuro nei meandri della tua silente e complice coscienza?

Invece no, perché come vi dicevo ogni nostra azione lascia una traccia, a volte anche due.

Fu infatti poco tempo dopo che V. ed il suo ancora-fidanzato viaggiavano in macchina. L’auto in questione era una piccola utilitaria d’altri tempi, di quelle bombate e con il tetto in tela, non vi svelo la marca per non farvi scervellare su chi potrebbe essere la nostra sfortunata protagonista. Comunque la caratteristica di tali macchine era che appena pioveva si trasformavano in serre viaggianti, all’interno dell’abitacolo si formava un microclima da foresta amazzonica, a volte spuntava pure qualche muschio e lichene.

V. guidava, il povero ancora-ignaro-ma-già-cornuto-ragazzo fissava un punto imprecisato davanti a se. I finestrini iniziarono ad appannarsi irrimediabilmente, V. fissava la strada attraverso un minuscolo oblò che cercava di tenere pulito con la manica della giacca. Ad un certo punto, allarmata dal silenzio e dalla rigida immobilità del suo compagno di viaggio e da quella sensazione di allarme che non sai spiegarti ma che ti fa subconsciamente capire che il dramma è li dietro l’angolo, guardò verso di lui e sempre per uno di quei strani motivi ne seguì il suo sguardo.

Rabbrividì.

Sul parabrezza si erano formate delle impronte. Vivide, indistinguibili. Due piedi. Uno di qua, uno di la. In una posizione inequivocabile.

Più una mano sul finestrino laterale.

Non bisognava essere Sherlock Holmes per capire che li dentro qualcuno se l’era spassata alla grande.

Il problema era che quel qualcuno non era il li-presente, il quale aveva un’alcova tutta sua e non aveva perciò mai provato l’ebbrezza di folleggiare in uno spazio grande come una conigliera.

Lo sguardo dell’adultera viaggiò dal parabrezza agli occhi di colui che aveva capito tutto. Che cosa poteva dire per alleggerire la proprio posizione? Che aveva dato un passaggio ad un’autostoppista che tra grandi sofferenze aveva partorito a bordo della sua piccola macchina?

Con quel pizzico di dignità che le era rimasto, con uno sguardo colpevole e pronta ad accettare le conseguenze che l’attimo di debolezza avrebbe portato con se, cercò la sua comprensione. Ma lui ormai era già fuori dall’auto, lontano da eventuali spiegazioni, scuse, lacrime e soprattutto lontano e basta.

Ecco a cosa pensavo quel pomeriggio uggioso di qualche giorno fa.

Ricordi vividi, neanche fossi stata li anch’io…

P.s. Se lo sfortunato protagonista di questa storia dovesse per caso leggere queste righe potrebbe mica ridare a V. l’attrezzatura da sci rimasta nel suo garage e mai più ritirata?

Che scimmia!

Ottobre 5, 2009 di mangrovie

non vedo non sento non parlo

No, non ero alle Cayman a recuperare i miei capitali. Solo un periodo di riposo, ovvero non avevo un cavolo da raccontare. Ma l’innominabile – grazie al suo scudo fiscale – mi ha dato lo scossone di cui avevo bisogno per rimettermi a battere le dita sulla tastatura (dedicated to L.).

A proposito…

Happy Birthday, Mangrovie!

Si, ha ragione kili, l’ultimo post a posteriori mi ha lasciato un velo di tristezza postumo e petulante. Insomma, rileggerlo dopo l’iniziale entusiasmo per la riuscita della torta à la Gsa-Gsa-Gabor è stato un colpo, ho dovuto rivedere alcuni concetti intrinseco-comportamentali moralmente discutibili oppure no, non si capisce bene. Fatto sta che devo dare un’impronta a questo blog: iniziato con temi ambientalistico-polemici, passato per terreni minati erotico-onirici, finito come un petulante blog casalingo-casereccio è un pot-pourri confusionario e disordinato, lo specchio di colei che lo tiene. Trovato il problema bisogna risolverlo…ci penserò un’altra volta però!

Qualche giorno fa – ovviamente da un superiore ed ovviamente davanti ai colleghi di lavoro – mi è stata posta la seguente domanda:

“Mmmmh (con la bocca piena di torta), e vediamo: cosa è che desideri per il compleanno?”

Solita risposta scarsamente-sincera ma finto-modesta:”Mah, vi dirò, ho già tutto (bugia!)”

“Si, ma ci sarà qualcosa che desideri intensamente, che hai sempre desiderato e mai ottenuto?”

“Bè, in effetti…qualcosa ci sarebbe…”

“?”

“Le scimmie di mare!”

Non vi racconto gli sguardi tra l’allibito, l’incredulo ed il divertito. I più giovani hanno pensato che ormai ero andata completamente, i più “maturi” si sono divisi tra quelli che come me hanno sognato le scimmiotte marine e quelli che non ne avevano mai sentito parlare.

Per me, cresciuta leggendo l’Intrepido ed il Monello che mio padre teneva misteriosamente in bagno e che mia madre tollerava ancor più misteriosamente disobbedendo stranamente al suo senso scrupoloso dell’ordine, il massimo della vita non era rappresentato dai pubblicizzati prodigi ultra-tecnologici ma dalle scimmie di mare. Chi se le ricorda?

L’ultima pagine dei giornalini sopra citati era spesso rappresentata da questa pubblicità:

Scimmie di mare

Già l’immagine riusciva ad incantare, figurarsi il testo che recitava:

“Sempre attivissimi ed allegri, questi animaletti scherzano e giocano tra di loro. Si possono perfino ammaestrare” Se ci si metteva d’impegno si poteva far loro “eseguire esercizi come le foche ammaestrate”!

“Perfino un bambino di 6 anni” poteva crescerle senza grossi problemi! Figurarsi io che ormai di anni ne avevo il doppio e più ed ancora spasimavo per quelle insolite creature poliedriche.

Purtroppo non possedevo le 4.900 lire per impossessarmi di tale miracolo della natura e per anni ho sospirato al pensiero di diventare una  famosa istruttrice di scimmie di mare. Quando Aaron, il mio compagno di giochi di allora ricevette in regalo 5000 lire, io cercai di fuorviarlo per convincerlo ad ordinare via posta l’oggetto del mio desiderio. Lui, ancora piccolo ma già maschio optò invece per gli “occhiali a  raggi x” che gli avrebbero permesso di guardare attraverso i vestiti delle persone. Non vi nascondo la soddisfazione (mista a delusione, lo ammetto: già allora l’anatomia umana mi interessava assai e l’idea di vedere scheletri invece di persone mi elettrizzava non poco!) quando gli occhiali si sono rivelati per quello che erano: una truffa per fessi! Ovviamente le mie scimmiotte di mare non lo sarebbero state…

Sono rimasta di quest’idea fino a qualche anno fa,  quando  – grazie a Google – ho scoperto che in fondo di nient’altro si tratta se non di banali crostacei (Artemie Saline) che di certo non sono in grado di compiere spettacolari acrobazie o costruirsi castelli con tanto di torrette e bandiere.

Tutt’al più potevano andare bene come guarnizione di un succulento piatto di pasta allo scoglio.

Ma allora ero più ingenua, non dico meno fessa ma solo più ingenua.

Escursus cul-in-ario

Settembre 13, 2009 di mangrovie

Premessa 1: questo post nasce in seguito al post di Bakunin nel quale ci espone la torta principesca creata per la figlia che compiva gli anni. Siccome anch’io sono vittima di deliri reali di infante che ancora credono al principe azzurro (io non mi stanco di ripetere loro che di rospi ne ho baciati molti ma nessuno di loro si è mai trasformato in principe), e casualmente il compleanno di mia figlia cadeva ieri, ho pensato di postare la mia creazione super-kitsch ma super-applaudita dalla banda delle piccole nanette, ops principesse.

Premessa 2: tempo fa, approfittando della conoscenza di una signora che fa l’intrecciatrice di giunchi con i quali fa bellissimi cesti, organizzai un corso per imparare ad intrecciare cesti. Mandai un giro di mail per chiedere chi volesse partecipare. Ci fu chi si iscrisse ma furono ben più numerose le risposte sul genere:

“Ci penserò appena finisco il master in uncinetto!” (L.)

“Sono impegnata a sfornare biscotti con suor Germana, appena spengo il forno arrivo!” (B.)

e

“Cazzo ti è successo, Svetlana? (P.)

L’autrice dell’ultimo aforisma si è subito precipitata da me, strumenti di esorcismo alla mano, ed a suon di bevute di Mojito ha tentato di fare uscire Berta (la casalinga-puritan-bricolagista) dal mio corpo.

Quella volta ci è riuscita, per un po’ Berta, grazie alla quantità di Rhum ingerito se n’è stata tranquilla,  ma alcuni giorni l’anno, in occasioni particolari, Berta riemerge dallo stato soporoso, spintona Svetlana che appena la vede è preda ad un orticaria nefasta e mi fa fare cose tipo quelle di seguito:

SDC10912

Siccome ad ogni festa di compleanno che si rispetti ogno bambino si porta dietro una madre-sempre-a-dieta-ma-sempre-affamata-ben-disposta-ad-assaggiare-un-pezzettino-di-quella-deliziosa-torta di solito di torte ne faccio due, anche perchè c’è sempre qualche allergico-intollerante-irritante e perciò è doveroso postare anche la foto della torta numero due, quella tipo Sacher ma in veste più infantile:

SDC10922

Ora per compensare tanta arte culinario-creativa e relativa pazienza da parte di Svetlana che ha sopportato tutto questo impastare, frullare, decorare con siberiana pazienza mi regalerò una serata principesca tutta per me…senza scarpetta di cristallo e rientro forzato a mezzanotte.

Ciao Olmo!

Settembre 9, 2009 di mangrovie

foglia

Visto che sono diventata perno intorno a cui girano arbusti minacciati e seghe affamate ricevo e pubblico la lettera d’addio di Olmo (sigh!).

Gentili cittadini di Bolzano,

visto il gran parlare intorno alla mia figura, pardon, al mio tronco, vorrei prendere la parola per porre fine alla diatriba “istituzioni paranoiche versus cittadini ambientalisti” e spargere un velo di pietà oppure come diciamo noi vegetali “uno strato di foglie” sulla questione: tagliare o non tagliare gli olmi di via Cagliari?

Vista la ingloriosa fine dei miei simili-non consanguinei di via Cadorna, piazza Vittoria, ponte Roma, maneggio ecc. metto in avanti i miei rami ed in pace i vostri cuori rivelandovi che tanto – molto tempo prima della discutibile decisione di porre fine alla mia decennale esistenza con l’ausilio di una sega – avevo già deciso “io di mio” di farla finita!

Basta con questa vita grama fatta di imbarazzanti pisciate di cane sui piedi, di iniezioni di sostanze sconosciute ma talmente irritanti che per ammazzare cimici quasi quasi mi stroncavano pure me, di aria malsana ed inquinata, di continui urti altezza stinchi dovuti ad automobilisti incapaci o distratti, di venire additato come probabile serial killer di ignari passanti perché ho dei rami che in determinate situazioni quali vento o neve e dopo insufficiente manutenzione potrebbero spezzarsi, di parolacce rivoltami da passanti distratti che inciampavano sulle irregolarità del terreno che le mie radici in cerca d’acqua provocavano e che chi di dovere non risanava.

La lista delle avversità che mi hanno portato alla non semplice decisione di farla finita sarebbe ancora lunga. Pur avendo una scorza dura il mio cuore legnoso è assai sensibile e la stoccata finale è giunta dalle istituzioni cittadine che dopo anni in cui ho assolto con dovizia il nobile compito affidatomi e cioè purificare l’aria attraverso la fotosintesi clorofilliana, donare ombra ad anime surriscaldate, rallegrare i cuori con il mio verde brillante nonché essere nido protettivo per varie specie animali ha deciso che ero diventato inutile se non pericoloso e perciò dovevo cadere vittima della loro volontà.

Ma come ogni animo nobile che si rispetti anch’io non perirò per via di decisioni bistrattate e discutibili ma uscirò di scena a modo mio, a chioma alta e senza piegarmi ad una segatura forzata.

Addio crudele mondo,

Olmo

Questione di cellule

Settembre 7, 2009 di mangrovie

celluleProbabilmente mio Papa’
insieme a mia mamma chi lo sa
desideravano non me
ma un altro bambino

(Lucio Battisti)

Chi di voi ha figli mi capirà. Ma ancora meglio chi non ne ha ed è perciò ancora invischiato ed inglobato nei mènage con la famiglia di origine e conseguenti rapporti districati con i genitori. Rapporti che portano a pensieri che di solito si concludono con un sollevato:

“Tanto io non diventerò mai così!”

Illusi!

Bugiardi!

Palle! Son tutte palle!

Ad un certo punto della vita vi accorgerete che tutto ciò che avete sempre rinnegato, odiato, criticato, osteggiato, combattuto non può essere cancellato perché è

intrinseco,

cellulare,

in tre lettere:

è DNA!

Tristemente me ne sto rendendo conto ora, a conti e figli fatti, quando mi sorprendo a dire frasi già udite e memorizzate nei meandri del mio cervello (probabilmente vicino alla puntata finale di Candy Candy, alla sigla di Hazard – “Questa è la ballata di Bo e Luke, due ragazzi in gamba con una marcia in più, corre l’auto corre e sfreccia a tutto gas, la città non dorme mai con Bo e Luke, Bo e Luke...” – ed altre nozioni inutili ma ingombranti) e subito dopo pensare:

”Ehi, ma come? E’esattamente la stessa cosa che mi ripeteva mia madre/mio padre e-che-odiavo-tanto-sentire-e-che-ovviamente-poi-non-seguivo-mai-anzi-facevo-l’-opposto-contrario!”

Due esempi per citarne due: mio padre, tradizionalista e perbenista in superficie (anni dopo scoprii che colui che in teoria mi avrebbe volentieri dannato ad una giovinezza pura e casta era in verità un grandissimo donnaiolo non solo in teoria ma molto più intensamente in pratica) da quando mi ricordo aveva due paletti per definire quale sarebbe stato un partito sufficientemente buono per la tutelata e (secondo lui) innocente pargola:

“Basta che non g’ha i cavei longhi e che non sia terrùn!” (da leggere in dialetto laivezot!)

Ora, dal primo amore all’attuale compagno la quasi totalità dei miei partners veri e sognati aveva una folta e lunga chioma e gran parte di loro aveva origini non proprio nordiche…

“Varda che se te becco con na cicca (dicasi: sigaretta) in bocca te bastono…!” (bastòno da leggersi con l’accento sulla prima o!).

Per anni ho fumato come una turca, sigarette di tutte le marche, dalle light alle “gewuzeltn” (quelle arrotolate da se) fino ad arrivare a quelle “che fanno ridere”…ho smesso non appena ho capito che tanto non mi avrebbe più potuto bastonare perché

  1. avevo raggiunto maggiore età e soprattutto notevole stazza e
  2. perché ormai lontana da lui fisicamente ma soprattutto emozionalmente parlando
  3. andavo a finanziare l’armamento in Afghanistan e ciò strategicamente parlando avrebbe fatto a botte con la mia indole pacifista.

Ecco, per chi ne avesse ancora avuto bisogno questi due sono esempi lampanti per comprendere che la generazione successiva per natura si ribella a quella precedente fino a quando si accorge che malgrado tutti gli sforzi assomiglia parecchio al genitore contrastato e allora ecco che scatta la crisi esistenziale.

Io che pensavo che tra famiglia, lavoro, vita in generale nonché  impegni in vari campi non avrei più avuto tempo per pensare a questi – da me ormai creduti passati – conflitti adolescenzial-puberi l’altro giorno sono stata ri-capultata nell’incubo generazionale: quando ho notato – non senza un certo brivido di orrore – che la mia primogenita scende e sale dalla bicicletta come me, e cioè nel modo sbagliato, dicasi dalla parte destra e perciò non dove c’è il cavalletto ma dalla parte opposta e che perciò come me non riesce a parcheggiare la bici e fare scendere il cavalletto senza l’ausilio della mano.

E da quel giorno ogni qualvolta scendo dalla bicicletta mi sforzo di farlo dalla parte giusta, quella sinistra, insomma. Non perché non voglia assomigliare a mia figlia ma perché lei un giorno non abbia da detestare il fatto che in fondo mi assomiglia…

Cuore di legno vs. testa di gomma

Settembre 3, 2009 di mangrovie

imagesPremessa: A volte (raramente!) riesco anche a scrivere pezzi seri con il solo scopo di voler essere informativi, come il seguente che ho scritto per il sito di Ambiente e Salute.

Il mio vicino di casa è robusto.

E’ un ippocastano di Corso Re Umberto.

Ha la mia età, ma non la dimostra.

Alberga passeri e merli, e non ha vergogna,

in aprile, di spingere gemme e fogle.

Fiori fragili a maggio,

a settembre ricci dalle spine innocue

con dentro lucide castagne tanniche.

E’ un impostore, ma ingenuo: vuol farsi credere

emulo del suo bravo fratello di montagna

signore di frutti dolci e di funghi preziosi.

Non vive bene. Gli calpestano le radici

i tram numero otto e diciannove,

ogni cinque minuti, ne rimane intronato.

E cresce storto, come se volesse andarsene.

Anno per anno succhia lenti veleni

dal sottosuolo saturo di metano

E’ abbeverato d’orina di cani.

Le rughe del suo sughero sono intasate

dalla polvere settica dei viali.

Sotto la scorza pendono crisalidi

morte che non diverranno mai farfalle.

Eppure nel suo torbido cuore di legno

sente e gode il tornare delle stagioni.

( Cuore di legno – Primo Levi )

Senza andare a scomodare l’effetto serra, il buco dell’ozono o i processi di desertificazione della foresta amazzonica, senza neppure invocare la pur giusta quanto dovuta manutenzione e cura del verde pubblico, non fosse altro per i tributi versati dal contribuente allo Stato anche per l’adempimento di questo servizio, pur vero è che a Bolzano di alberi – alberi veri, grandi, secolari e non timidi fustelli rachitici – se ne vedono sempre meno…ultima notizia il previsto taglio degli olmi di via Cagliari.

Certo, la loro sopravvivenza – legata a smog, cemento, potature e parcheggi selvaggi – è cosa assai ardua, spesso vengono visti solo come elementi di disturbo perché occupano spazio prezioso per le auto, sono colpevoli della caduta di polline, foglie – raramente rami – nonché habitat di varie specie animali che a loro volta possono creare disagi: insetti, volatili ecc.

Ultimo esempio il previsto taglio degli olmi di via Cagliari. Olmi portatori di cimici che vanno ovviamente a disturbare gli abitanti della zona i quali hanno più volte sollecitato l’eliminazione dei verdi fusti.

Purtroppo dimentichiamo un’importante caratteristica degli alberi: l’albero come fonte di vita.

Gli alberi sono i maggiori produttori di ossigeno e riducono l’inquinamento atmosferico. Sono proprio gli alberi infatti a trasformare l’anidride carbonica in ossigeno attraverso il processo della fotosintesi. Possono quindi ripulire l’atmosfera inquinata dai gas di scarico delle automobili, dalle emissioni delle industrie, dagli inquinanti di riscaldamento. Ecco alcuni esempi:
.Un faggio di 100 anni, assorbe nel corso di un’ora 2,5 Kg di CO2 contenuti in 4.800 mc di aria e libera 1,7 Kg di ossigeno nell’aria, coprendo i bisogni di ossigeno di 10 persone. Durante questo processo viene traspirata una notevole quantità di acqua migliorando così il microclima. La sua funzione è paragonabile al funzionamento ininterrotto di 5 condizionatori d’aria per 20 ore. Nel corso della sua vita questo albero “pulisce” un volume d’aria pari a quello di 80.000 case.
Un solo albero assorbe quasi 10 Kg di anidride carbonica all’anno. Ogni automobile raddoppia invece la quantità di anidride carbonica in un volume d’aria di quasi 4.000 mtq ogni volta che brucia un solo litro di benzina.
. Un faggio alto 25 metri e con una chioma di 15 metri “mangia” ogni ora 2.350 gr. di anidride carbonica e produce 1.700 gr. di ossigeno.

. Una superficie arborea di 1.000 mtq produce in un anno circa una tonnellata di ossigeno.
. La morte di un albero di 70 anni comporta la restituzione di oltre tre tonnellate di carbonio nell’atmosfera.
Appare quindi evidente che dobbiamo aver cura degli alberi, se non per amore verso il mondo vegetale, almeno per amore verso noi stessi dal momento che senza di essi non potremmo e non potremo vivere. Infatti senza ossigeno il genere umano ed animale non potrebbe più vivere. Per contro invece, gli alberi possono (potrebbero!) benissimo vivere senza di noi.

Gli alberi, in condizioni ambientali ottimali, vivono centinaia di anni.

Quando queste condizioni vengono meno (inquinamento atmosferico, errate potature *, lavori che interessano la sede stradale e vanno ad intaccare le radici primarie, ecc.), gli alberi si ammalano e muoiono prematuramente.

*Ogni taglio è una ferita e più la circonferenza del ramo tagliato è grande, più la ferita stenta a rimarginare e più tempo è lasciato ai parassiti per penetrare all’interno del corpo della pianta. Molto meglio sarebbe potare più frequentemente ma meno drasticamente.E’ opportuno, inoltre, ricordare che la cura ordinaria del verde – che dovrebbe prevedere delle potature “intelligenti” – costa molto meno degli interventi straordinari che sono poi necessari quando la pianta, malata, deve essere abbattuta.
Purtroppo anche gli alberi di via Cagliari subiranno lo stesso destino di quelli di viale Druso, piazza Vittoria, via Cadorna ecc.:  di loro resterà soltanto un macabro ricordo lungo il marciapiede: monconi di tronco che sporgono dall’asfalto infuocato!

Ora ditemi: meglio la Mangrovie fanta-scientifica o quella pseudo-trash? (Notate la finezza: mai usato il termine SEGA! Ops…)

Legami medievali

Agosto 27, 2009 di mangrovie

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Da quando le contravvenzioni verso i ciclisti si sono inasprite io – per i soliti effetti del proibizionismo che serve solo a farti desiderare ciò che fino a poco prima nemmeno consideravi – ho scoperto li piacere di pedalare con gli auricolari che mi ostruiscono le trombe di Eustacchio.

E così ieri sera, con ben due (!) auricolari all’attivo (da vera ciclista-criminale, insomma), pedalavo immersa in una bellissima serata di fine estate, quelle che credi essere perfette per via della temperatura ideale, la luce ideale, la sensazione irreale di stare proprio bene – per poi sprofondare subito in cupi pensieri pre-autunnali accompagnati dal solito sottofondo musicale (immaginario, non auricolare) dei Righeira che cantano: “L’estate sta finendo”.

Insomma, pedalo in discesa quando la radio passa una bellissima canzone di cui – come al solito – non conosco ne titolo ne autore. Comunque una di quelle canzoni che ti mettono le ali, tanto che stavo per lasciare il manubrio per aprire le braccia come in volo quando…”un momento! Io non so pedalare senza le mani sul manubrio!” Per fortuna il buon senso – che nel mio caso si manifesta sporadicamente – questa volta ha scelto il momento giusto per farsi vivo ed ho concluso la pedalata senza grossi traumi.

Finita l’introduzione che già di suo potrebbe essere un post torno su un argomento che ultimamente mi sta frullando per le meningi: la coppia. Con i suoi pro (pochi) ed i suoi contra (devo aggiungere qualcosa?).

L’ennesima amica che si lamentava della propria vita di coppia ha scatenato una serie di considerazioni che non so come catalogare: post-femministe non mi piace – la sola parola fa rizzare i peli ad ogni essere maschile nelle vicinanze.

Pre-rivoluzionarie potrebbe andare bene se di un moto rivoluzionario fosse l’anticipazione, cosa di cui dubito visti i dogmi relazionali ai quali ci sottoponiamo volontariamente o seguendo diktat religioso-sociali.

Chiamiamole seghe mentali, va, visto il contenuto e soprattutto perché il termine accende gli interesse fino a raggiungere livelli istituzionali.

Queste seghe mentali mi dicono: ma perché al giorno d’oggi in cui tutto è “fast”, “take away” per poi “throw away”, “usa e getta”, “ricicla” ecc. l’unica costante che resta immutata, stagnante, uguale dai tempi di Renzo e Lucia è la vita di coppia?

Mi spiego meglio: prendendo per esempio il Medioevo in cui a 40 anni eri considerato un “grande vecchio” visto che la maggior parte soccombeva prima alle molte avversità della vita, il matrimonio aveva un senso: ti garantiva degli eredi che avrebbero continuato a lavorare la tua terra ed intorno ti potevi costruire una famiglia composta da nonni, zii, suocere che costituivano forza lavoro e nucleo protettivo. Ora che viviamo in appartamenti minuscoli e – salvo rare eccezioni – non zappiamo più la terra ma ci guadagniamo la pagnotta svolgendo lavoro spesso meno nobili – sposarsi a venti, trent’anni per restare poi insieme per un periodo che – miracoli della medicina vuole – può toccare i 70 anni (!), fare uno, al massimo due figli a cui lasciare 50 mq da litigarsi mi pare una grande, grandissima cavolata!

Ecco allora che – ironia della sorte – mi capita sott’occhio un articolo di Helen Fisher, antropologa americana, figura di culto per il movimento femminista (ahi, rieccoci!) americano. Uomini, vi risparmio la fatica del rizzare il pelo, quel che vi dirò vi farà amare l’antropologa: Nel suo “Why him? Why her?” sostiene che (bella scoperta, io è da anni che lo sostengo!) l’essere umano non è fatto per la monogamia a vita ma per la monogamia seriale.

Spiego meglio: L’innamoramento e conseguente disinnamoramento sono fenomeni che rientrano nella nostra evoluzione biologica e seguono cicli di quattro anni, il  tempo per concepire e svezzare un figlio. Dopo di che gli ormoni svarionano (oppure, più realisticamente parlando, tornano in parametri sani) e l’amore svanisce come una bolla di sapone. Ed inizia la – definizione mia e non della studiosa oltremare – rottura di coglioni di trovarsi vicino un partner che “a naso” no ci piace più (perché in fondo pare essere tutta una questione di ormoni e ferormoni – la “Love Cream” insegna!) mentre invece l’occhio si fa gagliardo ed inizia a sondare il terreno in cerca di nuove botte ormonali.

Stando a questi calcoli io, da quando ho rinunciato al mio stato di single, avrei dovuto cambiare già 3 partner.

Invece sono ancora qui a farmi queste seghe mentali.

Vabbè, intanto provo ad imparare a pedalare senza mani, poi si vedrà.