
Il nostro passaggio sulla terra lascia diversi tipi di impronte.
Ultimamente si sente parlare molto di quella “ecologica”: Ognuno di noi ha un determinato “peso” sulla Terra. Questo peso viene anche detto impronta ecologica. L’impronta ecologica è un metodo di misurazione che indica quanto territorio biologicamente produttivo viene utilizzato da un individuo, una famiglia, una città, una regione, un paese o dall’intera umanità per produrre le risorse che consuma e per assorbire i rifiuti che genera.
Ma ci sono molti altri tipi di impronte che lasciamo nel corso della nostra vita: da quelle più romantiche impresse sul bagnasciuga e subito spazzate via da un onda a quelle indelebili che lasciamo nel cuore o nella mente di chi incontriamo e amiamo nel corso della vita.
Vi voglio però raccontare di un altro tipo di impronta, quella che ti frega, ti consegna al nemico, ti mette alla gogna e ti fa fare una magra figura.
Qualche giorno fa, complice la pioggia, un passaggio in auto e le mani di tre bambine che decoravano i finestrini appannati con disegni e scritte, mi è tornata in mente una storia capitata ad una vecchia amica che qui non voglio nominare per intero – chiamiamola V. e basta – parecchi anni fa.
V. era una donzella gaia e frivola, nel fiore degli anni la quale dopo varie vicissitudini sentimentali conosceva un bravo ragazzo e decideva di terminare il suo vagabondare sentimentale, di concedersi una meritata pausa in quel tour d’amour che aveva caratterizzato i suoi ultimi anni. Per un periodo andò tutto bene, come in tutte le storie a lieto fine che si rispettino, anche l’amica V. visse periodi di folle amore e romanticismo allo stato puro. Ma l’indole era quel che era e dopo un po’ di tempo una strana irrequietezza si fece viva nell’animo di V., lei cercava di combatterla con tutte le sue forze, di resistere alla tentazione, di non cedere, ma alla fine il suo vero ego ebbe la meglio su di lei e la carne si rivelò per quel che era: debole, anzi debolissima.
Fin li tutto bene, il peccato era stato compiuto, il pas-faux era capitato, ma come si dice dalle mie parti: “Wos i net woas, mocht mi net hoas” ovvero “occhio non vede…”.
Eeeeeeh, brava V., credevi tu che niente e nessuno poteva tradire il tuo segreto, che questo sarebbe per sempre stato al sicuro nei meandri della tua silente e complice coscienza?
Invece no, perché come vi dicevo ogni nostra azione lascia una traccia, a volte anche due.
Fu infatti poco tempo dopo che V. ed il suo ancora-fidanzato viaggiavano in macchina. L’auto in questione era una piccola utilitaria d’altri tempi, di quelle bombate e con il tetto in tela, non vi svelo la marca per non farvi scervellare su chi potrebbe essere la nostra sfortunata protagonista. Comunque la caratteristica di tali macchine era che appena pioveva si trasformavano in serre viaggianti, all’interno dell’abitacolo si formava un microclima da foresta amazzonica, a volte spuntava pure qualche muschio e lichene.
V. guidava, il povero ancora-ignaro-ma-già-cornuto-ragazzo fissava un punto imprecisato davanti a se. I finestrini iniziarono ad appannarsi irrimediabilmente, V. fissava la strada attraverso un minuscolo oblò che cercava di tenere pulito con la manica della giacca. Ad un certo punto, allarmata dal silenzio e dalla rigida immobilità del suo compagno di viaggio e da quella sensazione di allarme che non sai spiegarti ma che ti fa subconsciamente capire che il dramma è li dietro l’angolo, guardò verso di lui e sempre per uno di quei strani motivi ne seguì il suo sguardo.
Rabbrividì.
Sul parabrezza si erano formate delle impronte. Vivide, indistinguibili. Due piedi. Uno di qua, uno di la. In una posizione inequivocabile.
Più una mano sul finestrino laterale.
Non bisognava essere Sherlock Holmes per capire che li dentro qualcuno se l’era spassata alla grande.
Il problema era che quel qualcuno non era il li-presente, il quale aveva un’alcova tutta sua e non aveva perciò mai provato l’ebbrezza di folleggiare in uno spazio grande come una conigliera.
Lo sguardo dell’adultera viaggiò dal parabrezza agli occhi di colui che aveva capito tutto. Che cosa poteva dire per alleggerire la proprio posizione? Che aveva dato un passaggio ad un’autostoppista che tra grandi sofferenze aveva partorito a bordo della sua piccola macchina?
Con quel pizzico di dignità che le era rimasto, con uno sguardo colpevole e pronta ad accettare le conseguenze che l’attimo di debolezza avrebbe portato con se, cercò la sua comprensione. Ma lui ormai era già fuori dall’auto, lontano da eventuali spiegazioni, scuse, lacrime e soprattutto lontano e basta.
Ecco a cosa pensavo quel pomeriggio uggioso di qualche giorno fa.
Ricordi vividi, neanche fossi stata li anch’io…
P.s. Se lo sfortunato protagonista di questa storia dovesse per caso leggere queste righe potrebbe mica ridare a V. l’attrezzatura da sci rimasta nel suo garage e mai più ritirata?